The Legend of Heroes – Un worldbuilding incredibile e ambizioso

In occasione dell’arrivo di The Legend of Heroes: Trails of Cold Steel IV su PlayStation 4, analizziamo i pregi e i difetti del suo spettacolare worldbuilding, fra i migliori della storia videoludica

The Legend of Heroes - Un worldbuilding incredibile e ambizioso

Ci siamo. Il 27 ottobre, grazie agli sforzi del publisher NIS America, arriva finalmente su PlayStation 4 – l’anno prossimo anche su Switch e PC – The Legend of Heroes: Trails of Cold Steel IV, il capitolo finale della tetralogia ambientata nell’Impero Ereboniano, che avrà l’arduo compito non solo di fornire una degna e spettacolare conclusione alle vicende inaugurate sette anni fa (in patria) con il primo capitolo, ma anche di sciogliere tutti i nodi rimasti aperti nei precedenti archi narrativi di Liberl e Crossbell. Tra le caratteristiche che hanno reso questa longeva saga appassionante e molto amata dai fan dei JRPG, come ho già avuto modo di esporvi nella retrospettiva a essa dedicata, la più importante è senza dubbio quella di proporre un’interconnessione fra i singoli capitoli che ha pochi eguali nella storia videoludica, una poderosa opera di scrittura che ha dato vita a uno dei migliori worldbuilding presenti sul mercato.

Andiamo perciò ad approfondire, in un articolo rigorosamente spoiler-free, le ragioni che rendono quello di The Legend of Heroes un mondo di fantasia incredibilmente ben costruito e dettagliato, la pietra angolare di una narrazione epica e coinvolgente sviluppata lungo ben nove capitoli videoludici. Al tempo stesso, analizzeremo i problemi e i lati negativi che tale scelta autoriale si porta dietro, per ragioni intrinseche e per fattori del tutto esterni ma che compaiono sempre in questa situazione.

The Legend of Heroes - Un worldbuilding incredibile e ambizioso

Un mondo vivo, credibile, pulsante

Era il 2004 quando Nihon Falcom faceva uscire in Giappone su Microsoft Windows il primo capitolo, The Legend of Heroes: Trails in the Sky. All’epoca nessun appassionato, e forse nemmeno lo stesso sviluppatore, poteva prevedere che quel gioco avrebbe rappresentato solo l’inizio di una saga lunga e complessa, e soprattutto ancora in corso 16 anni dopo il suo esordio. La maggior parte delle serie JRPG più famose (FINAL FANTASY, DRAGON QUEST, TALES of, etc.) sono costituite da videogiochi godibili a sé stanti – eccezion fatta per casi isolati come la trilogia di FINAL FANTASY XIII – e per questo motivo facilmente approcciabili. Con The Legend of Heroes questo non succede: tutti i capitoli sono fra loro collegati, sono ambientati nel medesimo universo e nella medesima linea temporale, e presentano numerosi personaggi e altri elementi ricorrenti. Certo, la serie è suddivisa in archi narrativi ben definiti – la trilogia di Liberl, la dualogia di Crossbell, la tetralogia di Erebonia (per tutti i dettagli vi rimando all’articolo precedentemente menzionato) – ma ciascuna iterazione è parte di un’unica, grande storia che ha il suo culmine in Trails of Cold Steel IV, e che proseguirà ancora per molti anni come dichiarato dallo stesso sviluppatore.

Il mondo di Zemuria, il continente che fa da sfondo a tutte le vicende, viene sviluppato ed espanso fin nel più piccolo dettaglio, dalle sue caratteristiche geografiche e politiche fino a particolari secondari ma indispensabili per renderlo vivo e credibile. Zemuria è suddiviso in numerosi paesi, di cui quello di maggior rilievo visto finora è senza dubbio l’Impero Ereboniano, nazione immensa al centro degli spettacolari eventi raccontati in Trails of Cold Steel. Abbiamo poi il regno di Liberl, dove sono ambientati i capitoli di Trails in the Sky, e la città-stato di Crossbell, introdotta per la prima volta nell’omonima dualogia videoludica ancora inedita nel mercato occidentale. Degno di menzione infine la Repubblica di Calvard, regno cruciale per lo sviluppo della trama ma che finora non è stato protagonista di nessun videogioco della serie, e di cui conosciamo solo i dettagli per vie traverse. Con tutta probabilità, sarà proprio Calvard l’ambientazione principale dei futuri capitoli di The Legend of Heroes.

The Legend of Heroes - Un worldbuilding incredibile e ambizioso

Riassumere tutte le caratteristiche del mondo di Zemuria è un’impresa notevole, per la quale servirebbero un bel po’ di articoli monografici. Vi basti sapere che la lore messa in piedi da Falcom e dal suo team creativo è una delle più complesse, affascinanti e ricche di dettagli che si siano mai viste nel mondo videoludico, che solo pochissimi altri franchise riescono ad eguagliare: pensiamo a Metal Gear Solid, o ai lavori di Yoko Taro e Hidetaka Miyazaki, o ancora a Kingdom Hearts (che, per quanto profondo, non può competere minimamente a livello di coerenza con il resto dei titoli menzionati). Come vi sarete resi conto dai numerosi articoli e recensioni che abbiamo fatto, e stiamo facendo, uscire qui su Akiba Gamers, la trama principale di The Legend of Heroes è incredibilmente coinvolgente, ma la serie dà il meglio di sé quando ci si ferma a parlare con gli NPC, quando si leggono i libri, i documenti e tutti gli altri collezionabili, insomma quando si va oltre la banale superficie delle cose. Solo così ci si rende effettivamente conto della maestosità del lavoro compiuto da Falcom con questa saga videoludica.

Eroi e antieroi

Tuttavia, più che l’ambientazione e la storia, sono i personaggi il fiore all’occhiello di questa produzione, il fattore che mi ha fatto definitivamente innamorare di The Legend of Heroes facendola diventare la mia saga JRPG preferita. Come sapete, il genere in questione è notoriamente uno dei più longevi quando si tratta della durata della campagna principale, e tenere incollati allo schermo per decine se non addirittura centinaia di ore è impresa ardua se alla narrazione vera e propria non si affianca un cast di personaggi ben caratterizzati che faccia immediatamente presa sul giocatore.

The Legend of Heroes - Un worldbuilding incredibile e ambizioso

The Legend of Heroes fa tutto questo e anche di più, arrivando a presentare – con i capitoli attualmente usciti in Occidente – uno dei cast più mastodontici e memorabili del moderno mondo videoludico, ulteriormente espanso nel capitolo più recente Hajimari no Kiseki. Un ricco insieme di figure talmente ben caratterizzato da far brillare non solo i tre protagonisti (Estelle Bright, Lloyd Bannings, Rean Schwarzer) e gli altri personaggi centrali, ma persino quelli in secondo piano. Molti potrebbero obiettare che anche questa è l’ennesima serie JRPG che fa un uso sostenuto di stereotipi, cliché, character design e fanservice tipici del mondo degli anime – scelta artistica evidente soprattutto nei capitoli da Trails of Cold Steel in poi – ma mai come in questo caso l’eccellente scrittura permette di superare tale “limite”, che comunque rappresenta un pregio per un cospicuo numero di fan della cultura pop giapponese.

Quello che permette al cast di The Legend of Heroes di stagliarsi diverse spanne sopra a quello di molti altri esponenti del genere è l’incredibile affetto che si sviluppa nel corso dei capitoli verso i personaggi, molti dei quali ricorrenti anche per ben più di un arco narrativo (pensiamo a Lechter e a Olivert, per esempio). Come nella più appassionante delle saghe letterarie, giocare a The Legend of Heroes significa vivere le avventure dei suoi protagonisti, le loro gioie e i loro dolori, le loro sfide e le loro vittorie in un racconto di guerra, amore e amicizia che qualunque appassionato dovrebbe provare almeno una volta.

The Legend of Heroes - Un worldbuilding incredibile e ambizioso

Accessibilità, questa sconosciuta

“Non è tutto oro quello che luccica” afferma un famoso detto. Una sentenza mai così vera anche in questo caso. La struttura fortemente interconnessa dei capitoli della saga, dove ciascuno è un seguito diretto (o quasi) del precedente, porta sì i vantaggi esposti nei precedenti paragrafi, ma presta il fianco a un paio di limitazioni che rendono The Legend of Heroes una delle serie videoludiche dall’approccio più “problematico” (per usare un eufemismo) esistenti sulla piazza. Vediamo perché.

La questione è semplice: bisogna giocare tutti i titoli, senza saltarne nemmeno uno. Necessità che si traduce in un notevole investimento di tempo, visto che la durata media di ciascun capitolo supera abbondantemente le 30 ore, con alcuni che ne richiedono anche 60-70 solo per completare la storia principale. Si tratta di uno scoglio notevole che non tutti potrebbero essere disposti ad affrontare, ma che ripaga ampiamente il giocatore per i motivi sopra citati. Onde evitare fraintendimenti, preciso che non sto affermando che l’unico modo corretto di giocare The Legend of Heroes è partendo dal principio, ovvero da Trails in the Sky, tutt’altro. Come ho già avuto modo di esporre, qualsiasi primo capitolo di un arco narrativo è un ottimo inizio, e se proprio non si può fare altrimenti anche Trails of Cold Steel III può essere una soluzione valida (nonché l’unica, se siete in possesso unicamente di Nintendo Switch). Mi preme solo sottolineare che, prima o poi, dovrete recuperare ogni iterazione della serie per potervela godere al meglio.

Tale aspetto amplifica notevolmente i numerosi problemi di accessibilità che produzioni di nicchia come queste si portano dietro da sempre. Su tutti: l’assenza di una localizzazione che non sia quella in lingua inglese, e l’arrivo sul mercato occidentale dopo anni dal rilascio in patria (con tutti gli spoiler che nel frattempo fioccano in rete). Grazie al cambio di testimone del publisher NIS America come detentore dei diritti per i videogiochi Nihon Falcom la situazione sta migliorando, ma anche nella migliore delle ipotesi, a causa dell’enorme mole di testo che questi titoli possiedono, sarà sempre necessario aspettare almeno un anno tra il rilascio sul mercato giapponese e quello nel resto del mondo. E scordatevi pure il multilingua.

The Legend of Heroes - Un worldbuilding incredibile e ambizioso

Emblematico poi il caso di Zero no Kiseki e Ao no Kiseki. I due famigerati capitoli di Crossbell, ritenuti da molti appassionati fra i migliori della serie, sono vere e proprie bestie nere tuttora inedite in Occidente e impossibili da recuperare ufficialmente in lingua non asiatica, sebbene esistano delle ottime traduzioni amatoriali. Purtroppo il publisher XSEED Games, fra i primi a portare fuori dal Giappone i titoli Falcom (inclusi quelli dell’altra serie di punta, Ys), ha compiuto l’infelice scelta di saltare questi due titoli e di localizzare direttamente quelli dell’arco di Erebonia, lasciando un gap di non poco conto nella distribuzione occidentale della serie. Possiamo solo augurarci che NIS America colmi presto questa lacuna annunciando la licenza per la versione “Kai” di entrambi i titoli, uscita quest’anno in Giappone per PlayStation 4.

Conclusione

Tirando le somme, con questo articolo spero di avervi fatto capire perché la saga di The Legend of Heroes è una delle più spettacolari e appassionanti apparse negli ultimi 15 anni, mettendo in luce i molteplici pregi e gli inevitabili problemi (voluti e non) che la scelta creativa che sta alla base comporta, quella della creazione di un mondo di fantasia e di una storia epica che si sviluppano nell’arco di numerosi capitoli videoludici fra loro interconnessi, ognuno dei quali aggiunge un pezzo al puzzle completato da The Legend of Heroes: Trails of Cold Steel IV. Un gioco che, a dispetto del suo sottotitolo (The End of Saga), non rappresenta affatto la conclusione definitiva della serie di Falcom, bensì un punto fermo che fungerà da nuovo inizio per una nuova storia (si spera) ancora più memorabile.

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Alessio Micheloni
Figura mitologica, ossessionata da tutto ciò che proviene dal Giappone, che ama districarsi abilmente fra mille impegni e buoni propositi che non realizzerà mai. Quando non impugna un controller, si diletta a guardare anime e leggere manga di dubbio gusto. Tendenzialmente ti vuole bene, soprattutto se gli parli delle serie Trails, Ys e Utawarerumono.

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