Chiunque mastichi pane e videogiochi sa che il Giappone non è solo la patria dei più grandi game designer della storia, ma anche una terra ricca di storie capaci di trascendere secoli di storia. Il legame tra il folklore nipponico e il medium videoludico è profondo e radicato: elementi dello shintoismo, del buddhismo e delle leggende sui samurai si nascondono dietro alle dinamiche di gameplay e alle trame dei titoli più famosi al mondo.
Dalle figure divine dei Kami alle spaventose creature note come Yokai, scopriamo come la mitologia giapponese ha ridefinito il concetto di world building nei videogiochi moderni.
Lo shintoismo e il concetto di Kami
Per comprendere gran parte delle produzioni videoludiche giapponesi bisogna partire dallo shintoismo, la religione nativa del Sol Levante. A differenza dei culti monoteisti, lo shintoismo si basa sull’animismo: ogni elemento della natura, dalle montagne ai fiumi, fino agli oggetti costruiti dall’uomo, possiede uno spirito divino chiamato Kami.
L’esempio più iconico e poetico di questa filosofia è senza dubbio ŌKAMI di CAPCOM e Clover Studio. Nel gioco vestiamo i panni di Amaterasu, la dea del sole della mitologia giapponese, reincarnata in un lupo bianco. L’intero gameplay ruota attorno al concetto di purificazione della natura dalla corruzione profana, un pilastro fondamentale dei rituali shintoisti. Ma anche titoli apparentemente distanti come Pokémon attingono a piene mani da questa visione: molti mostriciattoli tascabili non sono altro che rivisitazioni moderne di spiriti della natura.
Il bestiario del Sol Levante: gli Yokai nel gaming
Se i Kami rappresentano il lato divino e spirituale, gli Yokai sono i veri e propri protagonisti del bestiario pop giapponese. Queste creature del folklore (spesso tradotte superficialmente come “mostri” o “demoni”) possono essere maligne, dispettose o persino benevole, e popolano i mondi digitali di tantissimi action e RPG.
- Nioh: il Team NINJA ha fatto della caccia agli Yokai il fulcro della sua celebre saga action-soulslike. Affrontare mostri come il Gashadokuro (il gigantesco scheletro fatto di ossa umane) o il letale Tengu richiede non solo riflessi pronti, ma offre una vera e propria enciclopedia interattiva delle leggende dell’era Sengoku.
- SEKIRO: Shadows Die Twice: l’opera di FromSoftware reinterpreta il folklore in chiave dark fantasy. I boss e i nemici che affrontiamo, come il Demone dell’Odio o la Scimmia Guardiana, sono emanazioni dirette delle credenze buddiste e shintoiste legate alla corruzione dello spirito e all’immortalità karmica.
- Yo-kai Watch: Sul fronte opposto, LEVEL-5 ha trasformato queste creature in compagni d’avventura collezionabili per un pubblico più giovane, dimostrando l’incredibile versatilità transmediale di questi miti.
L’estetica del samurai e lo spirito del Bushido
La mitologia giapponese non è fatta solo di mostri e divinità, ma anche di figure storiche idealizzate fino a diventare leggenda. Il mito del Samurai e il codice d’onore del Bushido hanno plasmato la narrativa di capolavori occidentali e orientali.
Titoli come Ghost of Tsushima di Sucker Punch mettono in scena il conflitto morale tra la rigida tradizione d’onore dei samurai e la necessità di scendere a compromessi con l’ombra per proteggere la propria terra. Anche la figura del Ninja, spesso romanzata nei videogiochi con poteri mistici legati alle arti magiche del Ninjutsu (come accade nella storica saga di Ninja Gaiden), affonda le sue radici nei testi storici e nel folklore dell’antico Giappone.
Perché questa mitologia funziona così bene nei videogiochi?
Il motivo per cui i miti del Sol Levante si sposano perfettamente con il game design risiede nella loro natura intrinsecamente strutturata. Le leggende giapponesi sono piene di prove da superare, boss memorabili dotati di punti deboli specifici e spade leggendarie (come la celebre Kusanagi) che sembrano nate appositamente per diventare il loot di fine gioco in un RPG.
Esplorare questi mondi digitali non è solo un passatempo hardcore, ma un viaggio culturale che permette ai giocatori di tutto il mondo di connettersi con una tradizione millenaria che non smette mai di rinnovarsi.
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