Aspettando SOULCALIBUR VI – Soul Edge, come ho conosciuto la saga

Transcending history and the world, a tale of Souls and Swords, eternally retold…

Soul Edge

Ricordo ancora il giorno in cui vidi per la prima volta il cabinato di Soul Edge. Ero poco più che un bambino, nella seconda metà degli anni ’90. Bei tempi quelli in cui c’erano ancora sale giochi stracolme di cabinati anche in paesi non troppo grandi come il mio, e fortuna voleva che ce ne fosse una nei dintorni della chiesa che frequentavo assieme ai miei genitori, ma soprattutto che il proprietario fosse amico di mio padre. Ve lo immaginate? Ci passavo mattinate e pomeriggi interi lì dentro, senza spendere un solo centesimo. Super Street Fighter II, The Punisher, Snow Bros., Golden Axe, Mortal Kombat II erano solo alcuni dei giochi a cui mi piaceva rimanere attaccato. Tuttavia, un bel giorno, proprio all’ingresso del locale venne piazzato un gigantesco schermo di fronte alla quale, a circa un metro e mezzo di distanza, si trovata una comoda panca con due pulsantiere arcade: era il cabinato di Soul Edge, un gioco per me avveniristico, qualcosa di mai visto prima d’ora. Era effettivamente il primo gioco “tridimensionale” che avessi mai provato in vita mia, dopo aver sbavato per mesi sulle immagini dello spigoloso Virtua Fighter sulle pagine del “Sonic Magazine” che compravo pur non avendo un SEGA Mega Drive in casa. Era qualcosa di meraviglioso, anche per il modo in cui si era affermato prepotentemente in quel luogo fino a quel momento “ordinario” per me. Non riuscii più a staccarmi per settimane, per mesi, quando ancora una PlayStation in casa mia era solo un sogno utopico e continuavo a sfondarmi, giorno dopo giorno, davanti al mio Super Nintendo armato di Street Fighter II Turbo.

Ad affascinarmi di quel capolavoro di NAMCO erano l’ambientazione fantasy, i personaggi, la colonna sonora e soprattutto la voce dell’annunciatore, che allora come oggi rimane un segno distintivo di questa serie di giochi. Ormai Soul Edge era diventato il titolo più gettonato del “Dedalo” e mi capitava di giocare, oltre che da solo, anche con ragazzi più grandi di me, che tentavano di insegnarmi a migliorare il mio stile. Ricordo anche di essermi affezionato particolarmente a Li Long, guerriero cinese armato di nunchaku visto solo nel capitolo di esordio tra i protagonisti, poi sostituito da un più carismatico Maxi (ma che avrà sempre un posto speciale nel mio cuore).

Fino a quel momento era Street Fighter II il primo e unico picchiaduro ad avermi letteralmente conquistato, ma le battaglie di Siegfried, Sophitia, Rock, Voldo e compagni mi affascinavano allo stesso modo in cui, anni prima, fecero Ryu, Ken, Blanka e Chun Li: NAMCO era riuscita a compiere un miracolo, facendomi provare il medesimo sense of wonder di quando, da piccolissimo, mi ritrovai nella prima e sporchissima sala giochi che avessi mai visto. Ognuna delle ambientazioni di Soul Edge trasudava epicità, cambiava aspetto nel corso dei combattimenti e mi lasciava immergere in un mondo fantastico, e ciascuno dei personaggi era caratterizzato in maniera diversa e incredibilmente originale. Fino a quel momento, fatta eccezione per Mortal Kombat, ero abituato a vedere solo cloni del titolo CAPCOM, con personaggi che ne richiamassero i tratti distintivi e gli stili di combattimento, e questo accentuò ancora di più il mio amore per l’appena scoperta saga di anime e spade.

A quei tempi Soul Edge era un’esperienza unica nel suo genere e non mi sarei mai sognato di potervi giocare su una console a casa mia. Sulla PlayStation del mio vicino di casa iniziai a scoprire titoli come TEKKEN 2, Porsche ChallengeCrash Bandicoot e RESIDENT EVIL, ma il mio cuore era sempre lì, su quella panca, davanti a quello schermo per me gigantesco. Almeno, fino al dolceamaro giorno in cui mi recai al Dedalo all’orario di apertura, quando il cabinato era ancora spento e il proprietario mi disse: “Guarda che il gioco è cambiato” — In che senso “cambiato”, pensai? Era arrivato il momento di salutare Soul Edge, forse per sempre. Il cabinato adesso ospitava la primissima versione di TEKKEN 3 e l’imprinting che ebbi con quel giovane Hwoarang, praticante della stessa arte marziale che allora, come oggi, mi trascinava in palestra, cambiò per sempre qualcosa dentro di me.

Con una vena di tristezza, nonostante mi trovassi davanti a un titolo stupefacente sotto ogni punto di vista, ripensavo al videogame che non avrei mai più giocato in quel luogo diventato una seconda casa, ma sapevo che in qualche modo sarei riuscito a ritrovarlo: fu così che scoprii l’esistenza di Soul Blade su PlayStation, porting del titolo da sala con un nome e alcuni elementi leggermente diversi rispetto a quelli a cui ero abituato. E così proseguii il mio cammino nel fantasioso sedicesimo secolo nei panni del drago armato di nunchaku, amando alla follia quella modalità esclusiva che prendeva il nome di Edge Master Mode.

Il resto, come ben saprete, è storia e l’ascesa della saga, divenuta in seguito SoulCalibur, è nota a tutti. Dopo un esordio un po’ in sordina sullo sfortunato SEGA Dreamcast, SoulCalibur II è approdato in una triplice versione su PlayStation 2, Xbox e GameCube che l’hanno portato finalmente al meritato successo in Occidente, complice anche la presenza, su ognuna delle tre console, di un personaggio ospite esclusivo. Heihachi Mishima, Spawn e Link da The Legend of Zelda inaugurarono così il trend della saga di ospitare, di volta in volta, guerrieri provenienti da altri universi come Ezio Auditore, Kratos, Darth Vader e Yoda nonché, prossimamente, Geralt di Rivia.

Nell’attesa di poter accogliere nella nostra libreria di giochi il promettente SOULCALIBUR VI, in uscita il prossimo 18 ottobre su PlayStation 4 e Xbox One (nonché il giorno successivo su PC tramite Steam) non posso che sperare, in qualche modo, di ritrovare anche qui il mio beniamino Li Long, come accadde a sorpresa nel terzo SoulCalibur (nonostante qualche magagna). Posso riporre le mie speranze in qualche sorpresa dell’ultimo minuto oppure nei DLC, cari developer?

Zechs
Trent'anni passati a inseguire il sogno giapponese, tra un episodio di Gundam e un match a Street Fighter II. Adora giocare su console e nelle sale giochi di Ikebukuro che ormai, per quanto lontana, considera una seconda casa.

1 commento

  1. Io lo scoprii sulla PSX di un mio amico, in giapponese (e in giapponese si chiamava sempre Soul Edge), senza le censure della versione occidentale, ci passavamo giornate a sfrangarci di legnate (anche se i miei amici preferivano i vari Tekken, io amavo alla follia i combattimenti all’arma bianca di questo fantastico gioco.

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