Gli anime della nostra infanzia: capolavori o nostalgia?

Qual è il metro di giudizio che usiamo per giudicare gli anime che hanno caratterizzato la nostra infanzia? Possono essere ritenuti migliori rispetto a quelli contemporanei? Parliamone insieme.

Gli anime della nostra infanzia: capolavori o nostalgia?

Ammettiamolo, gli anime che hanno segnato la nostra infanzia hanno un posto speciale nella memoria e nel cuore: ci hanno accompagnato negli anni più belli, e molto spesso hanno fatto di noi quei nerd appassionati che siamo oggi. Il pomeriggio era un appuntamento fisso per rilassarci dopo lunghe giornate di scuola: una valvola di sfogo nei confronti di quella società che ci avrebbe permesso di coltivare la nostra passione solo fin quando l’età non ci avesse fatto sfiorire l’innocenza, per poi bollarci come troppo grandi per vedere i “cartoni animati”. Idealizzati, amati e idolatrati, questi anime si pongono ancora oggi nel nostro cuore come le tracce di un passato lontano che mai potrà tornare indietro.

Quando ne parliamo da adulti siamo i primi a mitizzare le serie che vedevamo da bambini, confrontandole molto spesso con i prodotti audiovisivi contemporanei: consigliamo la visione, richiediamo a grande voce che vengano ritrasmesse le puntate sulle emittenti e nei servizi di streaming online, necessitiamo di remake e nuove stagioni. Sono oggetto di feticismo, sono il desiderio inespresso di giovani adulti che rievocano gli anni della propria infanzia. Serie mainstream come Dragon Ball, Pokémon, Yu-Gi-Oh!, Naruto e One Piece sono stati il leit motiv della nostra infanzia e senza di loro, ammettiamolo, la nostra concezione attuale sul mondo dell’intrattenimento giapponese non sarebbe stata la stessa e non ci saremmo appassionati alle avventure dei protagonisti. Poco importa se, con il senno di poi, queste serie possano essere rivalutate poi confrontandole con altre o alla luce di consapevolezze acquisite successivamente: per noi erano le pietre miliari delle nostre fantasie più emozionanti.

Il mistero della pietra azzurra

Ma molto spesso, ripensando agli anime che caratterizzavano i nostri pomeriggi giovanili, ci rendiamo conto di incongruenze o aspetti nascosti dal filtro dell’inconsapevolezza. E questo porta a smontare e smorzare drasticamente il nostro attaccamento divistico nei confronti di qualcosa che idealizzavamo a tal punto da considerare vicino alla perfezione. È realmente così?

Non vi è dubbio che alcuni anime siano considerati dalla storia dell’animazione in toto delle pietre miliari del panorama mondiale: basti pensare alle serie dirette da Isao Takahata come Heidi e Anna dai capelli rossi (veri gioielli di regia). Oppure capisaldi dell’animazione nipponica, come Il mistero della pietra azzurra o Cowboy Bepop, imprescindibili anche per un pubblico di più giovani. Ma è anche vero il contrario, ovvero che l’idealizzare un prodotto poi effettivamente non significhi che questo sia realmente migliore esteticamente e diegeticamente rispetto ad un altro più recente. Serie più leggere a livello contenutistico come Beyblade o Let’s and Go si affiancano al filone “sportivo” e competitivo aggiungendo un pizzico di soprannaturale che spettacolarizza le gare di trottole da una parte e di macchinine dall’altro. Per quanto da bambini siamo stati letteralmente galvanizzati da queste serie e dai prodotti derivati (ammettiamolo, chi è che non desiderava da piccolo avere il proprio Beyblade?), con l’occhio critico da adulti possiamo ammettere che, confrontando questi esempi con altri anime coevi, il livello qualitativo dal punto di vista diegetico e contenutistico sia letteralmente inferiore.

Ci sono poi serie destinate ad un pubblico quasi esclusivamente infantile, come ad esempio Hamtaro o Doraemon, che assumono una connotazione completamente differente rispetto a quando li guardavamo da bambini. E l’intento dei creatori è sicuramente quello, ovvero creare dei prodotti che siano destinati esclusivamente, o quasi, ad un pubblico infantile. Ma è incredibile come il nostro genuino affetto verso queste serie sia incondizionato e imprescindibile dal target di riferimento: da poco Hamtaro ha compiuto 20 anni, e con l’anniversario è spopolata una valanga di merchandising che ha avuto un grandissimo successo soprattutto tra i collezionisti. Il punto non è se gli anime più datati siano realizzati meglio rispetto ai più recenti: la questione si focalizza principalmente sull’effetto nostalgia che armonizza la nostra percezione nei confronti di un prodotto audiovisivo o letterario che fa parte della nostra infanzia, o comunque di un momento idealizzato della nostra vita.

Con ciò non si deve assolutamente fraintendere la mia affermazione: non c’è dubbio che alcune serie che fanno parte del panorama anime degli anni ’90 e 2000 siano effettivamente migliori rispetto a opere contemporanee, ma così come alcune opere a noi coeve saranno sicuramente migliori di serie che usciranno sul mercato magari tra dieci anni. Chi può confutare la magnificenza grafica e diegetica di un anime come Violet Evergarden? Questo dimostra come ogni decade abbia peculiari prodotti anime o manga che eccellono sugli altri, sia precedenti che contemporanei, ma ciò non toglie che il valore affettivo che trasmetteremo su queste serie sarà qualcosa di inconscio e di particolarmente soggettivo. Non offuscheremo la percezione del bello, ma sicuramente ci sentiremo empaticamente più legati a qualcosa che ricorda i nostri appuntamenti pomeridiani con pane, Nutella e Italia 1.

Sicuramente il fattore “rivalutazione” non è da sottovalutare: quante volte rivedendo una determinata serie da adulti ci rendiamo conto di quanto la nostra coscienza fosse appannata dalla fanciullesca predisposizione a divorare tutto quello che mamma Mediaset e zia Rai ci propinavano? Oppure il contrario: rivedendo determinati anime ci rendiamo conto dello spessore narrativo e metaforico che sicuramente non eravamo in grado di cogliere da bambini. Da questo punto di vista la concezione “adulta” gioca un ruolo eccezionale nella comprensione delle dinamiche legate prettamente al linguaggio grafico e registico usato, se non soprattutto alle intenzioni poi che una certa opera voleva trasmettere rispetto a un’altra. L’intento era semplicemente di intrattenimento, oppure aveva come scopo quello di trasmettere una morale precisa? La trama era lineare e volta ad una risoluzione finale attraverso un determinato percorso diegetico, oppure era composta da puntate scardinate tra loro secondo una logica di consequenzialità individuale?

Tali componenti sicuramente giocano un ruolo principale nella costruzione della serie, ma soprattutto indirizzano le intenzioni iniziali verso uno specifico indirizzo narrativo e emotivo. E sono poi le stesse componenti che molto spesso influenzano in larga parte quello che pensiamo di quell’anime alla luce della nostra consapevolezza adulta. In ultima analisi, quello che si potrebbe affermare con decisione è che la motivazione dell’attrazione che ci lega ad anime che vedevamo da piccoli è sicuramente una componente essenziale per valutare poi la nostra preferenza rispetto ad una tipologia specifica che amiamo. Perché, volenti o nolenti, quello che siamo oggi si nasconde nel nostro passato.

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Martina Vita
Una mahō shōjo che vive sommersa tra libri e fumetti, Pokémon e dadi di D&D. Divoratrice compulsiva di film e serie TV, nel tempo libero complotta con il suo gatto per conquistare il mondo. Sogna un giorno remoto di disegnare una storia a fumetti incentrata su una campagna di Dungeons & Dragons.

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