Cells at Work – Recensione della serie animata

L’adattamento animato di david production del manga di Akane Shimizu ha portato una ventata d’aria fresca nella stagione estiva e interessato anche il mondo scientifico. Ecco a voi Cells at Work!

Cells at Work

Immaginatevi di avere all’interno del vostro corpo invece che semplici tessuti, organi e cellule, un vero e proprio mondo a sé stante formato da infrastrutture come strade e ponti, città che si spargono a perdita d’occhio, fabbriche, scuole… questa non solo fu la premessa di Esplorando il Corpo Umano, (o Siamo Fatti Così seguendo la nomenclatura Mediaset) creato nel lontano 1987 da Albert Barillè, ma è anche quella di Cells at Work (Con nome originale Hataraku Saibou).

Cells at Work è un manga che ha iniziato il proprio percorso nel 2015 sulla rivista Monthly Shonen Sirius di Kodansha da cui quest’anno è stato tratto l’anime omonimo a cura di david production, universalmente conosciuti per aver prodotto interamente anche l’anime de Le Bizzarre Avventure di Jojo, ormai arrivato a coprire la quinta stagione. Come sarà andato questo adattamento?

It’s turtles all the way down

Iniziamo col parlare prima dell’aspetto più tecnico: la serie è divisa in tredici episodi della classica durata di 24 minuti ciascuno; qui in Italia è disponibile sottotitolata su YouTube dal canale Yamato Animation che ne ha acquistato la licenza ufficiale. Generalmente ogni episodio è autoconclusivo e racconta una breve storia incentrandosi particolarmente su un singolo sintomo o una malattia vera e propria oppure su una sola parte del corpo, ad eccezione del finale di stagione composto da due episodi. A volte alcuni personaggi possono apparire in più episodi.

La opening “Mission! Ken · Kou · Dai · Ichi” è cantata dai personaggi dell’anime e racconta dei loro sentimenti e del loro lavoro continuo per assicurarsi il corretto funzionamento del corpo umano che abitano, mentre la sigla di chiusura “CheerS” è cantata dalla coppia di idol ClariS. Entrambe tuttavia dopo averle sentite un paio di volte mi sono rimaste in testa come poche altre sigle, grazie anche all’abilità dei seiyuu, dove spiccano sicuramente Kana Hanazawa (PSYCHO-PASS, OreImo, STEINS;GATE) nel ruolo della protagonista Eritrocita-AE3803 e la cellula T-Killer doppiata da Daisuki Ono, voce leggendaria di Jotaro Kujo e Sebastian di Kuroshitsuji.

L’animazione, come d’altronde ci si aspetta da uno studio ormai esperto come david production è sempre di ottima qualità e rimane sempre fluida anche durante i combattimenti; questi ultimi sebbene piuttosto brevi sono sempre molto ben coreografati e non starebbero male nemmeno in una serie più battle shōnen. Anche i fondali delle varie scene sono resi molto bene e danno chiaramente un senso di scala, distese infinite di condomini e ponti sospesi che fanno sembrare le nostre cellule, accuratamente appunto, microscopiche.

È chiaramente un VAIRUS!

I personaggi, che giustamente non hanno un nome proprio ma vengono chiamati in base alla loro funzione biologica e anche con il proprio termine scientificamente accurato (ad esempio, Eritrocita invece che globulo rosso, Neutrofilo invece che globulo bianco) sono tutti perfettamente caratterizzati nelle loro funzioni e nel loro aspetto fisico che spesso rispecchia in qualche modo la loro forma reale; questo è particolarmente evidente nel character design dei batteri, formati da appendici o vestiti composti da sfere, organizzati nel modo in cui effettivamente i batteri si dispongono quando visti al microscopio.

Sebbene i protagonisti principali siano l’Eritrocita e il Neutrofilo che appaiono in tutti gli episodi, sono accompagnati da un cast decisamente vasto di antagonisti e personaggi di supporto che comprende la quasi interezza delle varie categorie di globuli bianchi, piastrine e altre cellule di supporto. Alla prima apparizione di ogni personaggio e luogo, è presente una piccola infobox con una narratrice che ne spiega in breve le caratteristiche ed abilità o lo scopo. Nonostante Cells at Work sia considerato un anime shōnen e commedia, infatti, è predominante l’aspetto educativo che l’anime vuole dare.

Persino troppo accurato

Non so quanti consulenti medici e microbiologi abbia assunto l’autrice Akane Shimizu, ma la cosa che ha portato al grande successo della serie è data proprio dalla sua estrema accuratezza ed autenticità (e in buona parte sicuramente anche grazie alle piastrine che sono la cosa più adorabile mai creata dopo Kanna di Miss Kobayashi’s Dragon Maid e i Dango di Clannad, per inciso): nonostante ovviamente per motivi di narrativa alcuni elementi stiano stati modificati e sdrammatizzati e i personaggi antropomorfizzati siano stati influenzati nel loro carattere dal loro funzionamento e scopo fisiologico, l’intera serie rimane fermamente con i piedi per terra; gli organismi estranei vengono “sconfitti” dai tipi di globuli bianchi che se ne occupano realmente, e i processi corporei come la febbre e l’allergia seguono effettivamente gli stessi passi delle loro controparti reali.

Non è raro infatti trovare su YouTube ma anche in diverse pubblicazioni scientifiche veri medici e ricercatori che rimangono stupiti da quanto la serie riesca a mantenere una coerenza con la propria narrativa interna e ad essere così divertente allo stesso tempo, rendendo interessanti dei processi fisiologici che in realtà non sono altro che piccole cellule sferiche che si toccano. Sono presenti anche tantissimi easter egg per i più curiosi e i medicalmente esperti. Ricordate l’ahoge (ciuffo ribelle) che ha sulla testa l’Eritrocita? Alcuni fan hanno speculato che sia simile alla forma che i globuli rossi possono assumere in caso di anemia falciforme, e questi globuli malformati fanno appunto fatica a portare in circolo i nutrienti necessari al corpo. Poi ci ricordiamo che la nostra protagonista si caccia sempre in un sacco di guai e si perde spesso nel flusso sanguigno… Coincidenze? Io non credo.

Questo nostro anime è meglio di un manuale di anatomia, vedrai

In conclusione, Cells at Work è un anime estremamente godibile da un pubblico vasto che va dai figuri più hardcore che si prodigano nel creare fanart anche un po’ troppo sconce delle nostre cellule, agli studenti di medicina che non hanno mai visto un anime in vita loro. Non capita spesso di vedere qualcosa che riesce a insegnare cose interessanti riuscendo allo stesso tempo a intrattenere con così tanta consistenza, e che riesca poi a lasciarti un retrogusto un po’ dolceamaro, facendoti pensare a quanto utilitaristico e rigido sia il funzionamento del nostro corpo, dove milioni di cellule si riproducono e muoiono regolarmente senza che noi ce ne accorgiamo minimamente. Quando fra tutti i personaggi quello probabilmente più profondo e drammatico per cui si possa anche provare simpatia sia la personificazione di una cellula tumorale che combatte contro il suo destino che lo ha fatto nascere solo per un errore genetico di cui non ha colpa, allora siamo davvero davanti a un prodotto riuscito su tutti i fronti, ma che mi fa nascere spontanea una domanda: come fa questo povero corpo abitato dai nostri personaggi ad essere ancora vivo dopo aver avuto nel corso di ogni episodio praticamente una problema diversa, partendo da un semplice graffio ad arrivare persino al cancro?!

Consigliatissimo

Theryer
Ossessionato da De André e METAL GEAR, pensa che Trigger abbia salvato gli anime. Darebbe tutto pur di vedere un nuovo Trauma Center e il finale di Berserk; generalmente ti vuole bene.

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*