Light Novel: perché in Italia non hanno molto successo?

Il mercato delle light novel in Italia è decisamente meno proficuo rispetto al corrispettivo nipponico: facciamo il punto della situazione analizzandone gli aspetti principali

Light Novel: perché in Italia non hanno molto successo?

Ricordo quando entrai in una libreria e vidi per la prima volta un libro con un’immagine in copertina che ben conoscevo: Haruhi Suzumiya sorrideva ammiccante, ma non avevo tra le mani uno dei fumetti che ero solita comprare in edicola e che sfogliavo divorando le immagini a tutta pagina. Era un libro vero e proprio, con immagini sì, che raccontava certamente la storia dell’anime che tanto mi piaceva in quel periodo, ma aveva un’aura differente, quasi sacrale proprio perché non veniva considerato un semplice fumetto, ma un’opera letteraria vera e propria. Ora, su questo tema c’è sicuramente da discutere, su quanto effettivamente il medium del fumetto non sia assolutamente da relegare a opera minore, ma la cultura delle light novel sembra quasi voler scardinare prepotentemente quel pensiero popolare secondo cui i prodotti d’animazione e fumettistici siano prerogativa quasi esclusiva dei pre adolescenti. Ed è soprattutto qui in Italia che questo pensiero ha preso piede maggiormente, e solo negli ultimi anni sembra essersi mitigato anche grazie ad una maggiore accettazione e ad una diffusione in ambito culturale che, seppur in modo tiepido, sta cercando di ampliare le vedute su questo universo.

Leggendo una delle prime novel tradotte e pubblicate in Italia da J-POP, La malinconia di Haruhi Suzumiya, e successivamente informandomi sul concepimento di tali prodotti letterari, scoprii che effettivamente molti degli anime che più mi appassionavano in quel periodo (da Toradora a Sword Art Online) avevano visto la luce proprio grazie a queste light novel. E che un tiepido spiraglio editoriale stava facendo capolino anche nel nostro Paese. Sono passati ormai più di dieci anni, molte light novel sono state pubblicate da differenti autori nostrani, ma possiamo dire che il vasto mercato nipponico da cui sono scaturite queste opere non ha saputo evidentemente rispondere ai gusti e alle esigenze dei lettori italiani.

In Giappone sono moltissime le pubblicazioni legate a anime e manga che non solo sono, come detto prima, la vera e propria matrice originale degli stessi, ma addirittura si pongono come corollario delle più famose serie, come ad esempio L’attacco dei giganti, Black Clover, Naruto e così via. Nel Paese del Sol Levante queste si propongono non solo come una differenziazione stilistica e contenutistica dell’opera grafica, ma si presentano molto spesso come valore aggiunto di una passione manierista di collezionismo di un popolo da sempre affascinato dalla quantità, più che dalla qualità. È così che molto spesso le light novel hanno la stessa dimensione e formato dei volumi tankobon, potendo dunque essere esposti di fianco all’opera a fumetti e ponendosi come mezzo di completamento della serie. Non dimentichiamo anche la definizione stessa di queste opere: se light novel richiama una concezione di “leggerezza” e quindi di lettura disimpegnata, ciò dimostra come molto spesso queste siano scritte utilizzando un linguaggio non troppo ricercato e volto quindi alla scorrevolezza e all’immediatezza non solo concettuale ma anche visiva. Molto spesso la parte letteraria è accompagnata da quella grafica, con illustrazioni che richiamano la serie principale o che al contrario non sono altro che la base per poi costruire il design dell’anime o del manga tratto da esse.

In Italia il mercato delle light novel è decisamente minore dal punto di vista delle pubblicazioni rispetto alla madre patria. Da una parte ciò è dovuto alla vastità dei materiali disponibili in Giappone e che sicuramente non possono, proprio per la loro mole, giungere completamente ed integralmente da noi. Inoltre, sembra esserci una resistenza da parte del mercato nostrano nei confronti delle pubblicazioni letterarie derivate dai manga o dagli anime. Nonostante il prezzo ridotto e la compattezza sia del formato che stilistica, sembra che le light novel non siano così diffuse come nel Paese del Sol Levante.

Editori come J-POP e Panini Comics, soprattutto negli ultimi anni, hanno elaborato piani editoriali che affiancassero le pubblicazioni fumettistiche a quelle delle opere letterarie correlate, realizzando una completezza che possa fornire ai più appassionati una visione d’insieme dell’opera generale. Un caso come The Promised Neverland si presenta completato dalle corrispettive light novel, che presentano un punto di vista speculare e innovativo rispetto alla storia principale. Ma perché questi romanzi hanno trovato una tiepida accoglienza da noi rispetto al caso nipponico? È difficile inquadrare una condizione che sicuramente avrebbe bisogno di una ricerca più approfondita sul campo, attraverso interviste dirette ai fruitori.

In questa sede possiamo forse delineare delle constatazioni a livello teorico e concettuale nei confronti di dati reali che emergono sia a livello nazionale che internazionale. Innanzitutto bisogna tenere in considerazione una delle componenti principali del mercato delle light novel: il collezionismo. Come affermato prima, infatti, il mercato giapponese sembra florido proprio per una componente di feticismo nei confronti dell’opera omnia, che si compone non solo dei singoli volumi manga, ma anche dei derivati, action figure, cofanetti DVD e blu-ray e, appunto, light novel. I giapponesi sembrano avere un culto per collezionare tutto ciò che riguarda la loro passione, dunque i romanzi devono collocarsi al fianco dei volumi tankobon: è proprio per questo che il formato delle light novel deve essere lo stesso.

Il mercato italiano, poi, sembra essere indirizzato maggiormente verso la fruizione di contenuti visivi per quanto riguarda l’universo anime e manga, dunque la lettura delle opere da cui questi sono tratti sembra essere quasi superflua, nonostante a mio avviso sia interessante capire da dove nasca l’opera e che risvolti acquisti poi attraverso la trasposizione dalle parole alla visività. Il caso di Makoto Shinkai è molto emblematico da questo punto di vista: quasi tutte le sue opere cinematografiche sono accompagnate dalla rispettiva opera letteraria, che si affianca ma mai sostituisce il prodotto filmico d’animazione.

C’è da dire, inoltre, che le case editrici danno maggiore rilevanza alla pubblicazione e pubblicizzazione delle serie manga rispetto alle corrispettive light novel, rilegando al ruolo di mero contorno queste opere che poi effettivamente vengono tralasciate se non dimenticate. Delle vincenti strategie sono state però adottate negli ultimi mesi affiancando in un cofanetto di pregio e da collezione volume tankobon e romanzo, come ad esempio nel caso di J-POP con The Promised Neverland.

La lettura delle light novel sembra, dunque, essere minore rispetto alla fruizione dei prodotti più “mainstream” come gli anime e i manga: sembra che il mercato italiano non sia così saturo di pubblicazioni come quello giapponese, forse si legge di meno o forse si è più affezionati all’immagine. Con ciò non voglio assolutamente dire che non si leggano light novel in Italia, molti sono i fruitori delle opere al completo (comprendendo anche i romanzi), ma sicuramente la richiesta è nettamente minore rispetto all’estero, portando gli editori a non puntare troppo su tale prodotto. Sicuro è che però piano piano il pubblico si sta allargando, permettendo il diffondersi di sempre più titoli: certamente un passo in avanti rispetto a quando, affacciandomi in libreria, vidi per la prima volta il viso di Haruhi Suzumiya in copertina.

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Martina Vita
Una mahō shōjo che vive sommersa tra libri e fumetti, Pokémon e dadi di D&D. Divoratrice compulsiva di film e serie TV, nel tempo libero complotta con il suo gatto per conquistare il mondo. Sogna un giorno remoto di disegnare una storia a fumetti incentrata su una campagna di Dungeons & Dragons.

5 commenti

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    Nonostante tutto anime e manga qui sono ancora una nicchia, grazie anche alla scarsezza di anime nelle emittenti televisive in chiaro e ai gusti provinciali dell’italiota medio (incoraggiati dall’incompetenza dei media nostrani, dalla beceraggine della tv e dalla superficialità del web nell’era dei social). Complice anche la perenne crisi economica, a meno che non si tratti dei titoli di cui sopra le case editrici se le “dimenticano”; così come ogni tanto, per quanto riguarda anime e manga, si “scordano” di seguiti, spin-off, versioni animate, seconde stagioni, OAD eccetera. Lo facevano anche in tempi migliori, e perfino con serie famose (vedi ad esempio Saiyuki, la cui prima serie ebbe successo anche qui e andò pure su Mtv)… Non c’è da stupirsi per le light novel quindi.

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      In compenso abbiamo chi ha importato ufficialmente, con tanto di doppiaggio, TUTTE le versioni (incluso lo special 100% fanservice!) di Sword Art Online uscite finora, e che stanno pure facendo doppiare nientepopodimenoche quel “capolavoro” di Goblin Slayer. Neanche fossimo in Giappone, lol. SAO, sul fronte anime, nel Belpaese ha ricevuto un trattamento di favore degno di Dragonball… Anzi di più, dal momento che DB Kai è stato bypassato perfino dalla mediaset. Tranne forse Lupin, neanche le serie girella più famose vengono calcolate così tanto. Ew, otakus. ?

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    • Martina Vita

      Questo discorso penso sia legato ad una problematizzazione più ampia che affonda le sue radici in una convenzione sociale un po’ retrogada, ma che col tempo sta cercando in qualche modo di essere soppiantata da un’elasticità nei confronti del settore Anime/Manga e cultura del fumetto e del cinema in generale grazie a contributi autoriali ed editoriali. Il problema legato alla trasposizione e all’adattamento nel nostro Paese di determinate serie rispetto ad altre a mio avviso è indirizzato più verso uno sfruttamento economico sicuro: ci sono tantissime opere che meriterebbero di avere un adattamento italiano (non per forza di doppiaggio, ma anche legato al mercato dell’home video) ma che non vengono prese in considerazione perché “non commerciabili”. E dunque tutto il mercato che poi si propaga da queste opere di successo è quello che ritroviamo sugli scaffali delle librerie.

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  2. Avatar

    Mi trovo completamente d’accordo sull’argomento.
    Inoltre in Italia ci sarebbe anche chi vorrebbe pubblicare come autore di Light Novel (tra cui anch’io) e trova pochissime se non solo un paio di case editrici che trattino la categoria.
    Perché ovviamente con l’importazioni di sempre più opere dall’oriente di conseguenza sono nati anche nel nostro paese autori che vorrebbero pubblicare le loro storie allo stesso modo (contribuendo magari a dar più impulso al genere).
    Ma qui trovano poi un muro perché essendo opere a metà tra il fumetto e il libro non sono prese minimamente in considerazione né dagli editori di manga o fumetti japstyle (per la ovvia parte scritta) né dagli editori di libri (per le illustrazioni che necessitano e la tipologia di scritto diverso dal romanzo).
    Cosa che porta infine i possibili autori nostrani di questo genere o a desistere; o ad arenarsi nel niente; o a provare con l’autopubblicazione. Che con il mercato già scarso difficilmente si emerge online senza un già folto bacino d’utenti.
    Forse questo non succederebbe se si avesse a disposizione gli strumenti e le risorse che ti da l’organizzazione di una vera casa editrice, come accade nel paese d’origine con l’uso di riviste specializzate. E potrebbe migliorare considerevolmente se magari chi già le importa, le iniziasse anche pian piano a produrre.
    Perché in sostanza le Novel importate qui sono quelle richieste dai fan (persone cioè che sono già molto invogliate a leggerle), che ovviamente ti danno un minimo d’incasso e non è sbagliato se vuoi vendere nel corto periodo… Ma nel lungo ti cadono nel dimenticatoio.
    In Giappone invece, non sempre, ma molte volte sono alla base della catena (Light Novel-Manga-Anime). Per cui un lettore si appassiona per primo alla storia Novel, per poi vedere i suoi personaggi con i Manga e poi li vede muoversi infine con l’Anime. Ricevendo per chi lo produce un profitto maggiore nel tempo.
    Mentre in Italia dove l’uscita di Novel, Manga e Anime è molto spesso simultanea (se non retrograda), difficilmente chi non è proprio un fan della serie o della Novel ti comprerebbe questa invece del Manga (che pure costa meno tra diritti e traduzione).
    E credo che in sostanza il freno che ci sia stato in Italia per le Light Novel sia anche da attribuire agli stessi Manga ed Anime, che solitamente arrivano prima e sono sponsorizzati meglio. Facendo appassionare gli italiani (ma anche gli americani perché lì è successa la stessa cosa) di più al Manga o all’Anime di una data serie rispetto alla pura Novel, che qui sono meno famose. Mentre in Giappone ormai è proprio il contrario.
    Sotto questa scia dovrebbe cambiare il pensiero degli editor e delle case editrici che magari potrebbero favorire anche chi le vorrebbe scrivere. Perché è la differenza tra costi di traduzione che affossano le Light Novel rispetto ai Manga, che in verità non dovrebbero essere distinti.
    E per finire dovrebbe essere fatta da qualcuno di grande, perché una novità controcorrente ha più probabilità di affermarsi ed essere accettata se è un grande “anziano” di quel settore a promuoverla.
    Del resto in Giappone ci sono voluti trent’anni per portare alla fama le Light Novel (proprio con Haruhi Suzumiya poi) e chi ha coniato il termine all’origine per ironia è fallito.

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    • Martina Vita

      Assolutamente d’accordo con le tue osservazioni. A parte la scarsa pubblicazioni di opere più “di nicchia” rispetto agli ormai fin troppo noti casi citati, purtroppo uno dei problemi più significativi da non sottovalutare è proprio quello della propensione a consumare l’opera grafica piuttosto che quella letteraria. E qui bisognerebbe affrontare un discorso molto più ampio sulla cultura della lettura che è emersa poi nella discussione sull’articolo sui social: nel nostro Paese si legge meno, e dunque di riflesso si pubblica meno. Le case editrici devono in qualche modo scommettere su un prodotto che rischia di diventare un flop editoriale e dunque economico.
      La questione è molto più ampia di quello che sembra e, come ho ribadito su altri canali, ci vorrebbe (ed è quello che auspicavo mentre scrivevo l’articolo) un confronto attivo di tipo sociologico, per comprendere le motivazioni intrinseche della reticenza nei confronti del mercato editoriale e letterario in generale.
      Sicuramente quello che porti alla luce è un’osservazione esatta e acuta, necessaria di una problematizzazione a livello più ampio riguardo l’autorialità in Italia e di come si preferisca puntare su una pubblicazione “sicura” di opere importanti e conosciute, molto spesso estere (e che quindi possano garantire la generazione di un guadagno economico) piuttosto che scommettere su autori molto promettenti, giovani e capaci, in grado di portare una ventata d’aria fresca in un mercato stagnante e saturo di cose ormai già viste.

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