Majokko: le bambine magiche e la lotta contro il male

Il genere mahou shoujo sta attraversando negli ultimi anni delle evoluzioni che ne stanno ridefinendo le dinamiche narrative e stilistiche: scopriamone insieme i punti salienti.

Majokko: le bambine magiche e la lotta contro il male

Il genere mahou shoujo è uno dei più rivisitati degli ultimi anni. Nato come derivazione dello shoujo, unendo elementi fantasy a quelli propriamente dedicati a un pubblico femminile infantile e adolescenziale, il majokko si configura come un ibrido narrativo ed estetico che accontenta un po’ tutto il target che guarda sia alle trame sentimentali che alla magia e a elementi supereroistici. Le mahou shoujo, infatti, sono solitamente delle ragazzine adolescenti che acquisiscono dei poteri grazie all’intervento di una mascotte che le dota di un oggetto per trasformarsi, e vengono chiamate a proteggere la pace dalla minaccia rappresentata dalle forze del male.

Molte derivazioni del genere sono sorte con il passare degli anni, per diramarsi in sottogeneri esemplificativi delle dinamiche diegetiche e dei rapporti tra i personaggi, fino a cambiare drasticamente la connotazione fanciullesca e fantasy che dovrebbe essere la peculiarità del genere.

L’inizio della magia…

Il primo esempio che possiamo ritrovare nella storia dell’animazione nipponica è Sally la maga, serie anime del 1966 prodotta da TOEI Animation e ispirata al manga Mahōtsukai Sari di Mitsuteru Yokoyama. Dalla trama abbastanza lineare, si concentra sulle avventure di Sally, principessa di un altro pianeta che, decisa a vivere una vita normale sulla Terra, si adopera per aiutare i suoi nuovi amici umani grazie alla sua magia, nascondendo la sua reale identità. Se da una parte la semplicità narrativa è frutto della tendenza propria di quegli anni di non creare una trama verticale ricca di colpi di scena e tipicamente incasellata in un continuum diegetico continuativo, c’è però da dire che Sally ha buttato le basi per un sentire condiviso che si sarebbe poi evoluto in prodotti speculari legati al genere majokko.

Sally la maga

Innanzitutto la concezione della protagonista extraterrestre è stata elaborata in celebri esempi successivi, che per certi versi hanno fatto la storia dell’animazione nipponica in generis: chi non ricorda — almeno per sentito dire — Bia, la sfida della magia, Il magico mondo di Gigi o il più recente Sugar Sugar Rune? Tutti questi manga, e serie anime derivate, sono accumunati dalla componente “aliena” che caratterizza l’origine delle protagoniste, e ciò spiega i loro variegati poteri. Possiamo dire che la natura extraterrestre fosse inizialmente il pretesto per dotare le streghette della loro magia. Per quanto le trame possano dunque dispiegarsi in variazioni di fondo, la componente magica rimane sempre vincolata ad una natura diversa da quella umana, e quindi superiore nelle potenzialità e nelle capacità straordinarie. Questo permette in quegli anni di avvicinare al genere shoujo anche il pubblico maschile, incuriosito dai poteri delle streghette, che non vengono inquadrate in un’ambientazione visiva e narrativa esclusiva per il pubblico femminile, ma quasi delle superdonne venute da lontano per combattere la malvagità e i pericoli rappresentati dai malviventi. Possiamo dire, quindi, quasi delle versioni femminili degli eroi che caratterizzavano i cartoni animati per maschietti in quegli anni.

Il potere dei desideri

I cambiamenti iniziano a sentirsi quando entra in scena uno studio d’animazione nato nel 1979 e famoso per aver trasposto l’ormai nota opera della regina dei manga Rumiko Takahashi, Lamù, con il character design di Akemi Takada e la regia di Mamoru Oshii. Lo studio si chiama Pierrot, e verrà ricordato negli anni seguenti per aver portato sullo schermo le sue “maghette”. Da Creamy a Emi, da Evelyn a Sandy, sono molti i nomi delle ragazzine magiche che acquisiscono poteri grazie all’intervento di piccoli esserini provenienti da un altro pianeta, le mascotte. Cambia quindi radicalmente la connotazione dell’acquisizione della magia: da essere loro stesse degli alieni, ora la fonte dei poteri sono degli animaletti (sempre rigorosamente kawaii) che, attraverso portacipria e bacchette, permettono alle ragazzine di trasformarsi in alter ego, in versioni più adulte che possono utilizzare strani poteri non per combattere le forze del male, ma per divertirsi e al massimo riportare un equilibrio naturale dove viene a mancare. Il conferimento delle capacità speciali viene inteso quindi come un premio per le mahou shoujo, che vengono ricompensate per la loro purezza d’animo e per la loro innocenza.

Non vi è, dunque, uno scopo che guida le maghette, ma semplicemente la voglia di affermarsi per le loro capacità speciali, capendo infine che le proprie possibilità da semplici esseri umani sono nettamente superiori rispetto a quelle acquisite. Le diverse declinazioni del genere hanno portato nel corso degli anni a degli sviluppi repentini delle caratteristiche strutturali del mahou shoujo, che hanno modificato non solo la connotazione della “ragazza magica”, ma soprattutto la composizione numerica delle protagoniste e le prerogative stilistiche e narrative. Da singoli soggetti in grado di utilizzare poteri acquisiti, si è passati alla delineazione di un gruppo unito in grado di utilizzare magie differenti che, unendosi, possono dare vita ad una forza incontrastabile.

L’unione fa la forza!

Il primo esempio di questo filone, il sentai mono, è il più che noto Sailor Moon, nato dal pennino di Naoko Takeuchi e trasposto in anime nel 1992. Per la prima volta si è assistito alla presenza di più di un’eroina, e ciò presupponeva sicuramente un’evoluzione narrativa: innanzitutto la scoperta dei poteri avveniva in modo graduale, ogni combattente rivelava le sue capacità non immediatamente; inoltre, era necessario che la protagonista assoluta non potesse essere invincibile autonomamente, ma aveva bisogno, seppur con tutte le eccezioni del caso, dell’intervento delle sue amiche, anch’esse dotate di poteri minori, ma pur sempre necessari.

Sailor Moon

Anche la trama aveva bisogno di ispessirsi, quindi da storie con impianto diegetico verticale, con puntate molto spesso scardinate tra loro e con plot a sé, a una consistente trama orizzontale, con eventi concatenati tra loro e imprescindibili, senza i quali si va a ledere il significato stesso della storia. Dei deboli esempi erano stati già concepiti anni addietro, ma è con questo manga che esplode la matura concezione del genere majokko sentai mono. Altri esempi celebri di questa derivazione sono Mew Mew – Amiche Vincenti, Mermaid Melody, Pretty Cure, Magica DoremiPuella Magi Madoka Magica.

Il caso Madoka Magica

Non a caso quando si discute del genere mahou shoujo prima o poi si parla di questo esempio. Ma andiamo con ordine. Puella Magi Madoka Magica è un anime del 2011 prodotto da Shaft e Aniplex. Può essere tranquillamente ascrivibile al genere majokko e al filone sentai mono, per via della sua struttura narrativa: gruppo di ragazzine che acquisiscono dei poteri facendo un contratto con un dolcissimo esserino alieno, Kyubey. E già la concezione di contratto potrebbe far sbattere le palpebre: eravamo abituati a capacità innate, doni dallo spazio, poteri latenti che si risvegliano inconsapevolmente, ma mai a veri e propri contratti con clausole da rispettare. Questo perché Puella Magi Madoka Magica può essere considerato come uno dei primi esempi di rinnovamento radicale del genere. Non a caso ora vengono inscritti nel mahou shoujo storie come Kill la Kill, Date a Live, Magical Girl Spec-Ops Asuka, che si discostano radicalmente dalla concezione che abbiamo delle ragazze magiche, con i loro raggi colorati e poteri planetari.

Ciò ha portato alla ri-definizione dei termini di genere, che si presenta come una commistione di toni che sì, fanno capo a una matrice comune (i poteri magici, ragazzine innocenti che contrastano le forze del male), ma che stilisticamente si discostano radicalmente dall’innocenza e dalla colorata allegria di fondo. Madoka Magica è quindi la rappresentazione di un’evoluzione intrinseca del genere: le mahou shoujo possono morire in mondi colorati creati dalle streghe, le antagoniste che altro non sono che le stesse maghette che hanno corrotto la loro soul gel, ovvero la cristallizzazione della loro anima.

Stipulando il contratto con Kyubey, sadico esponente di una razza aliena chiamata Incubator che utilizza le emozioni umane per stabilire l’entropia dell’universo, si può esaudire il proprio desiderio più grande, ma si diventa dei manichini senza anima che combattono contro le streghe come se fossero dei veri e propri lavoratori. Naturalmente, scoprendo la verità che si nasconde dietro al loro compito, le ragazze magiche subiscono delle ripercussioni psicologiche e dei traumi interiori che rendono la serie ancora più cruda e matura di quello che apparentemente può sembrare.

Madoka Magica

Il genere è, come si è visto, in continua evoluzione, e permette di essere fruito, dunque, non solo da un pubblico prettamente femminile — come era all’inizio — ma in senso più ampio da un pubblico generalista che intende approcciarsi ad una tipologia di storie che mescolano magia e azione, amicizia e conflitti, sfondi colorati con crudi paesaggi di distruzione.

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Martina Vita
Una mahō shōjo che vive sommersa tra libri e fumetti, Pokémon e dadi di D&D. Divoratrice compulsiva di film e serie TV, nel tempo libero complotta con il suo gatto per conquistare il mondo. Sogna un giorno remoto di disegnare una storia a fumetti incentrata su una campagna di Dungeons & Dragons.

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