MeiQ: Labyrinth of Death – Recensione

Resa dei conti col secondo gioco del progetto Makai Ichiban Kan, Labyrinth of Death

MeiQ: Labyrinth of Death

MeiQ: Labyrinth of Death - RecensioneUn fatidico giorno, il pianeta smise di ruotare. Il mondo fu avvolto dall’oscurità e i mostri cominciarono a vagare liberamente sulla terra causando ingenti danni. L’unico modo per portare il pianeta alla normalità era quello di ottenere la magica Planet Key, in grado di ripristinare il moto del pianeta. Un giorno, la giovane Estra e il suo gruppo di quattro amiche partiranno all’esplorazione di quattro torri al fine di sconfiggere le potenti divinità guardiane e ottenere il diritto di usare il potente artefatto. Nel corso del loro viaggio le Machina Mages saranno aiutate dai loro fidi Guardian, che le sosterranno nei loro combattimenti contro i demoni. Riusciranno Estra e le sue amiche a salvare il mondo?

MeiQ: Labyrinth of Death è un Dungeon Crawler RPG rilasciato inizialmente in Giappone nel corso del luglio dello scorso anno. Realizzato da Compile Heart, insieme a Trillion God of Destruction fa parte di un progetto lanciato dalla compagnia noto come Makai Ichiban Kan. Questo titolo ha come protagoniste delle ragazze avvenenti, motivo per cui a primo sguardo si presenta come un titolo ricco di fanservice, cosa che ha spinto gli australiani a rifiutarsi di attribuirgli rating. Ma è veramente così pieno di scene provocanti? E soprattutto, come si pone in confronto dei numerosi titoli del medesimo genere presenti su PlayStation Vita?

  • Titolo: MeiQ: Labyrinth of Death
  • Piattaforma: PlayStation Vita
  • Genere: Dungeon Crawler RPG
  • Giocatori: 1
  • Software house: Idea Factory International
  • Sviluppatore: Compile Heart
  • Lingua: Inglese (testi), Giapponese (doppiaggio)
  • Data di uscita: 16 settembre 2016
  • Disponibilità: retail, digital delivery
  • DLC: non presenti
  • Note: disponibile in edizione limitata sullo store di Idea Factory International

La storia del gioco si aprirà con una delle scene più classiche possibili, la nostra eroina principale Estra che si sveglierà tardi per raggiungere il tempio collocato al centro della città, dove un importante incontro sta per aver luogo. Accompagnata da Setia, una prosperosa ragazza vestita di nero, le due faranno la conoscenza di altre tre ragazze: Maki, Flare e Connie. Dopo i soliti convenevoli di presentazione, scopriranno di essere le cinque Machina Mages convocate dall’Anziano per ricevere istruzioni sul loro importante compito. Il loro mentore altri non è che uno strambo gatto parlante, che senza troppi giri di parole ci rivela quale sarà la nostra missione: quella di raggiungere la vetta di quattro torri poste agli estremi della città, una per ogni punto cardinale, con lo scopo di bere e fare il bagno in ognuna delle fonti site sulla cima di ciascuna. Questo strambo compito, a quanto pare, farà sì che le giovani maghe riescano ad accedere a uno speciale marchingegno in grado di ripristinare il moto di rotazione della Terra ed evitare dunque la fine del mondo. Le torri però non sono dei luoghi tranquilli, anzi: sono l’accesso al Demon Realm e per questo piene di mostri e insidie. Per realizzare la loro impresa, le Machina Mages sono aiutate da dei mecha chiamati Guardian, ognuno collegato a un particolare elemento, che si schiereranno con loro durante i combattimenti. Questo breve incipit narrativo, che ci viene dato durante le fasi iniziali del gioco, sarà la motivazione che metterà in moto le nostre eroine, e la storia sinceramente lascia spesso a desiderare, focalizzandosi più sulle cinque protagoniste principali che sulla trama vera e propria. Per la maggior parte del gioco ci troveremo infatti occupati nell’esplorazione dei dungeon dove, tranne per qualche dialogo occasionale, saranno ben poche le possibilità che la storia principale avrà per ingranare la marcia. Sinceramente, ho trovato il fanservice molto meno presente e invasivo di altri titoli rilasciati per PlayStation Vita quindi, nonostante le protagoniste siano ben dotate e vestite in abiti succinti, non ci saranno molte scene erotiche, per la gioia di alcuni e per il malcontento di altri.

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Raggiungere la cima

Labyrinth of Death, da dungeon crawler qual è, si mantiene molto fedele agli standard del genere a cui appartiene. Sfruttando la visuale in prima persona dovremo muoverci all’interno dei piani che compongono le diverse torri per raggiungere la loro cima. Queste sono organizzati come dei labirinti basati su una griglia ortogonale, dove ogni nostro movimento ci farà muovere esattamente di una casella, con l’obiettivo di raggiungere le scale che ci consentono di arrivare al piano successivo. Lungo il percorso troveremo, come da tradizione, dei bauli che potranno essere aperti per ricevere oggetti o in alcuni casi anche delle informazioni circa il mondo di gioco. Sul nostro cammino potrebbero anche trovarsi delle trappole, alcune delle quali in grado di farci cadere nel vuoto, con conseguente panico. Numerose saranno anche le porte sigillate che incontreremo e che potremo semplicemente aprire trovando il relativo interruttore. Potremo controllare i nostri spostamenti tramite l’apposita mappa, che potremo anche ingrandire o rimpicciolire a seconda delle nostre esigenze, ma si completerà solo e solamente registrando i nostri movimento all’interno delle diverse zone, non dandoci quindi alcune informazioni sui posti che non abbiamo ancora visitato. Infine decisamente utile sarà il comodo ascensore con quale potremo muoverci liberamente tra un piano e l’altro, consentendoci di tornare indietro a zone già esplorate senza dover ogni volta ripetere tutto il cammino al contrario. Il primo dungeon del gioco ci farà da tutorial e ci seguirà passo passo nel funzionamento del gioco, cosa che potrebbe far piacere a coloro che si avvicinano al genere per la prima volta. Di contro, continuo a trovare molto scomoda la scelta di molti esponenti di questo genere di consentire il movimento all’interno dei dungeon solo con i tasti direzionali e non anche con la levetta analogica, lasciando a quest’ultima solo il compito di ingrandire la mappa, una scelta che devo ammettere mi reca sempre qualche problemino prima che riesca ad abituarmici. Le segrete, dal punto di vista del design, sono abbastanza diversificate e solitamente ognuno dei dungeon è legato a un particolare elemento che ne fa da padrone, ma all’interno di ciascuno i piani risultano decisamente troppi simili tra loro. A lungo andare, restare intrappolati in posti fin troppo simili tra loro tende ad annoiare parecchio.

Pimp my Guardian

Parliamo adesso del come si svolgono i combattimenti. La cosa è anche qui abbastanza semplice e di stampo classico e non introduce alcuna novità, funzionando come un semplice JRPG a turni, se non per la fondamentale presenza dei Guardian all’interno del nostro party. Innanzitutto avremo la possibilità di schierare in battaglia tre diversi personaggi, ognuno dei quali sarà affiancato nel corso del combattimento dal proprio robottone, portando almeno virtualmente a sei i personaggi che prenderanno parte alla lotta. Ma le cose non saranno proprio così: all’inizio di ogni turno ci verrà infatti chiesto, per ognuna delle tre coppie, se intendiamo sferrare l’attacco utilizzando il nostro Guardian o se invece dovranno essere direttamente le nostre Machina Mages a occuparsi dei nemici. Solitamente i goffi mecha avranno potenti tecniche offensive legati a particolari elementi e la tipologia di attacco che potranno sferrare dipende interamente da quali componenti gli verranno equipaggiati. Avremo infatti quattro diverse parti con cui personalizzare i Guardian e ognuna di esse, oltre a modificarne l’aspetto, ne andrà a cambiare completamente gli attacchi, cosa che ci garantisce grande versatilità nel corso delle nostre esplorazioni. Oltretutto i Guardian avranno a loro disposizione un ammontare di punti vita differente da quello delle nostre eroine e prima che questi raggiungano lo zero saranno solamente a loro a subire tutti i danni in combattimento ma, una volta che verranno distrutti, toccherà alle maghette subire i danni, portandoci a un eventuale game over nel caso dovessero perire. Le Machina Mages invece, potranno contribuire usando le loro Skill per effettuare azioni di supporto, quali ripristinare i punti vita dei Guardiani o usare magie offensive per avere la meglio sui nemici. Ognuna delle cinque eroine principali è legata a un particolare elemento, ma andando avanti del gioco sarà possibile modificare anche le loro prestazioni in battaglia cambiandole d’abito a seconda del nuovo ruolo che vorremo far loro assumere. Pur essendo abbastanza classico, dunque, il gioco ci offre diverse possibilità per poter gestire al meglio i componenti del nostro party, ma per assicurarci che tutti i personaggi siano sempre al top, alcune volte potrebbe essere necessario sottoporsi a lunghe sessioni di grinding per raccogliere materiali per creare nuove componenti per i robot o, più semplicemente, per aumentare il livello dei personaggi.

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La città delle quattro torri

Come in molti altri titoli, anche in MeiQ avremo una città che ci farà da base operativa per organizzarci al meglio prima di addentrarci in uno dei pericolosi labirinti. La prima struttura è una sempre utile locanda, la Star Wind Inn, dove potremo recuperare le nostre energie in caso di necessità, e sarà anche il luogo dove ci ritroveremo nel caso in cui ci dovesse capitare di perdere uno scontro durante le fasi esplorative. Visitando il General Store invece potremo dedicarci a far compere acquistando oggetti che ci saranno utili nei dungeon o vendere materiali o oggetti per guadagnare denaro extra. In alcune occasioni potrebbe capitare che Cash, l’avvenente proprietaria del negozio, abbia degli oggetti o materiali rari in vendita che potrebbero decisamente tornarci utili in diverse occasioni. La Machina Factory invece sarà il luogo dove potremo creare nuove componenti per i nostri Guardian in cambio di materiali e denaro. Nella Machina Guild Arrows, potremo invece scegliere parlando con la bella Satori, una serie di Quest a cui dedicarci nel corso delle esplorazioni. Potremo inoltre tornare nel tempio collocato al centro della città per parlare con l’Elder che ci darà qualche indicazione extra o in alcuni casi assistere anche a dei dialoghi bonus. Tutto sommato, quello che possiamo vedere in questa fase del gioco non è nulla di diverso dal solito, anzi: le strutture mi sono parse abbastanza essenziali, ma nonostante tutto svolgono ugualmente il proprio lavoro.

Il troppo storpia

Il titolo da viaggio di Compile Heart, dal punto di vista grafico non eccelle particolarmente, come ho avuto modo di dirvi poc’anzi; i diversi dungeon, seppur diversificati in base al loro elemento corrispondente, al loro interno appaiono fin troppo simili tra loro e offrono davvero poca varietà in termini di ambienti. I modelli tridimensionali dei Guardian a mio avviso hanno uno stile un po’ troppo goffo, che li rende abbastanza simpatici. Gli artwork delle protagoniste mi sono sembrati tutto sommato buoni, seppur ancora non riesco a farmi piacere quello di Connie. La colonna sonora non mi ha particolarmente colpito, ma rimango soddisfatto dalla presenza del doppiaggio originale in lingua giapponese nonché della sua controparte anglofona, per la gioia dei fan che potranno comodamente scegliere quello che li soddisfa maggiormente.

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A chi consigliamo MeiQ: Labyrinth of Death?

Consiglio l’acquisto ai possessori di PlayStation Vita appassionati dei dungeon crawler, nonché a tutti quei giocatori che sono in cerca di un gioco dalla storia semplice e poco impegnativa. Quelli che si avvicinano per la prima volta a un titolo di questo stampo non avranno alcun tipo di problema a comprenderne le macchine e, salvo qualche breve sessione di grinding per aumentare la forza del party o potenziare i Guardian, non ci sono grossi ostacoli che lo rendono complicato. Come sempre, la presenza della sola lingua inglese all’interno del gioco potrebbe arrecare fastidio a coloro che non sono ancora pratici con questo idioma, il cui apprendimento è ormai considerabile un obbligo per tutti i fan dei giochi provenienti dall’oriente.

  • Possibilità di personalizzare i Guardian
  • Adatto anche a chi si avvicina per la prima volta al genere
  • Fanservice non invasivo

  • Non si distingue particolarmente dai titoli del medesimo genere
  • Storia che spesso manca di mordente
  • Mancata localizzazione in italiano
MeiQ: Labyrinth of Death
3.2

Ennesimo dungeon crawler, senza infamia e senza lode

MeiQ: Labyrinth of Death è, a mio avviso, un semplice dungeon crawler che non riesce a spiccare nel vasto panorama di titoli dello stesso genere presenti su PlayStation Vita. La storia è semplice e con ben pochi colpi di scena, cosa che la rende ben poco impegnativa e facile da seguire, ma non dà molta soddisfazione al giocatore. Fortunatamente la componente fanservice in questo titolo seppur presente è ben poco invasiva, dando l’opportunità a chi non lo apprezza di non rimanere infastidito. Come gameplay come già detto prima, il gioco non brilla particolarmente, mantenendosi negli standard del genere. Interessante invece è la possibilità di poter personalizzare il proprio Guardian a seconda delle nostre esigenze. Grafica e sonoro invece sono semplicemente nella media, anche qui niente che colpisce in maniera fin troppo evidente, se non le doti di alcune delle protagoniste. Se non altro la semplicità di questo titolo, lo rende adatto a poter essere giocato a chi si avvicina per la prima volta ad un gioco di questo genere. I giocatori avranno la possibilità di poter scegliere tra il doppiaggio originale in lingua giapponese e quello nell’idioma inglese, accontentando entrambe le tipologie di fan. Pur non giudicandolo pessimo, se cercate titoli di questo genere ci sono esponenti decisamente migliori sulla portatile di casa Sony.

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Izanagi
Giocatore accanito di JRPG, Musou e quant'altro di tipicamente giapponese. Il suo sogno nel cassetto è quello di poter un giorno iniziare dei Social Link con le ragazze di SENRAN KAGURA.
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