DRAGON QUEST SAGA: L’Emblema di Roto – Recensione

La nostra recensione della Perfect Edition di DRAGON QUEST SAGA: L’Emblema di Roto, la più celebre e apprezzata serie a fumetti ispirata dalla saga videoludica di Yuji Horii

DRAGON QUEST SAGA: L’Emblema di Roto - Recensione

Il prossimo 4 settembre l’Occidente vedrà l’esordio di uno dei giochi di ruolo giapponesi più attesi degli ultimi anni, un titolo capace di strappare l’ambito punteggio pieno al settimanale giapponese Famitsu. Parliamo di DRAGON QUEST XI: Echi di un’era perduta, ultimo esponente di una saga che nelle terre del Sol Levante ha definito un genere noto come JRPG. Ma DRAGON QUEST non è solo ed esclusivamente sinonimo di videogiochi: esistono anime e serie a fumetti che costituiscono tasselli importanti per questo franchise e tra questi spicca sicuramente L’Emblema di Roto (DRAGON QUEST Retsuden: Roto no Monshō), una serie a fumetti esordita in Giappone nel 1991 diventata un cult e che Edizioni Star Comics ci ha riproposto, dopo la prima edizione del 1998, in un’appagante Perfect Edition composta da quindici, gustosi volumi.

DRAGON QUEST SAGA: L’Emblema di Roto è una storia che si colloca fra DRAGON QUEST III e l’originale DRAGON QUEST, e narra le vicende di uno dei discendenti dell’eroe leggendario Arel Roto: Arus. Scampato a un destino oscuro pochi istanti dopo la sua nascita, Arus dovrà affrontare il tipico percorso di crescita da shōnen manga che ci accompagnerà per tutta la durata della serie e che lo porterà a diventare un degno erede di Roto, forte, caparbio e in grado di radunare attorno a sé i preziosi compagni necessari per sconfiggere il malvagio Imagine, signore del male che, come Baramos e Zoma in passato, minaccia di soggiogare l’intero mondo sotto il suo volere.

La china e i retini di Kamui Fujiwara, appassionato della saga prima ancora di diventare fumettista, sono in grado di emozionare quanto o addirittura più dei giochi stessi, ispirandosi solo concettualmente al character design di Akira Toriyama, ma mostrandoci un mondo decisamente più cupo e cruento rispetto alla colorata e bonaria atmosfera dei videogiochi — motivo per cui Enix lo ha preferito ad altri disegnatori dallo stile più simile a quello del character designer originale. Lo si denota subito dai toni spesso drammatici della storia, in grado di lasciarci di stucco sin dai primi volumi, ma anche dall’aspetto più minaccioso dei mostri, persino degli iconici Slime (che, col passare dei volumi, somiglieranno sempre più a quelli che noi tutti conosciamo). Di diverso rispetto a quanto SQUARE ENIX ci ha abituati coi videogiochi troviamo combattimenti all’insegna di lame e magie caratterizzati da mutilazioni e ferite mortali di eroi e mostri, dal sacrificio di personaggi considerati fino a quel momento principali e di avversari carismatici in grado di farsi apprezzare al loro pari.

Al fianco del disegnatore troviamo due sceneggiatori che rispondono al nome di Chiaki Kawamata e Junji Koyanagi, che negli anni ’90 sono stati in grado di imbastire una storia semplice ma appassionante, tramutando le meccaniche di gioco di livellamento, equipaggiamenti sempre migliori e personaggi in grado di tornare in vita grazie a magie e oggetti speciali, in elementi narrativi efficaci e mai scontati. Arus e compagni diverranno sempre più potenti grazie ad allenamenti speciali, armi sempre migliori e con l’aiuto di preziosi comprimari, ma soprattutto grazie alla progressiva consapevolezza del ruolo che ricoprono nel mondo, quello di eredi dei guerrieri leggendari che un tempo lo salvarono dall’oblio.

I quindici volumi editi dalla casa editrice nostrana, rispetto ai 21 tankobon dell’edizione originale, presentano copertine inedite realizzate da Fujiwara per l’occasione, tavole restaurate — spesso recuperate e in parte ridisegnate, nonché splendide pagine a colori per l’inizio di ciascun volumetto originale, comprendenti le illustrazioni realizzate ai tempi per promuovere la serie e gli schizzi preparatori di personaggi, ambientazioni e avversari. Ciascun tomo, inoltre, è corredato da aneddoti scritti dal mangaka appositamente per la Perfect Edition, che ci raccontano retroscena sulla creazione del manga originale e sulla realizzazione questa nuova edizione.

Come consuetudine, sul sito ufficiale di Star Comics è presente una breve anteprima di circa venti pagine del primo volume di questa Perfect Edition, che potete consultare seguendo questo link: L’Emblema di Roto – Perfect Edition n.1 – Sfoglia online.

Il manga che tutti gli appassionati di JRPG dovrebbero leggere

DRAGON QUEST è una delle mie saghe videoludiche preferite per via delle sue meccaniche classiche, dello stile inconfondibile, della narrazione lineare ma appassionante e ricca di colpi di scena. Ho sempre desiderato leggere L’Emblema di Roto sin dal suo esordio nelle fumetterie nostrane e l’arrivo di questa Perfect Edition è stata provvidenziale e non posso che ringraziare SQUARE ENIX e Star Comics per averci permesso di vivere questa lettura nel migliore dei modi. Consiglio L’Emblema di Roto – Perfect Edition a tutti gli appassionati di JRPG, della saga di DQ in particolare, ma anche a tutti quelli della mia generazione, ormai stanchi di leggere i moderni shōnen manga che si assomigliano tutti: l’opera di Fujiwara e Kawamata saprà, in qualche modo, portarvi indietro nel tempo e appassionarvi come quando eravate in grado di sognare semplicemente leggendo un manga.

Come annunciato qualche mese fa al Comicon di Napoli, questo settembre le vicende de L’Emblema di Roto proseguiranno nello spin-off chiamato “DRAGON QUEST: Il Ritorno dell’Emblema di Roto” e curato sempre dai medesimi autori del fumetto di cui vi ho parlato in questa recensione. Un volume unico al quale, nel prossimo futuro, seguirà “Il Bambino che Ereditò l’Emblema”, una vera e propria prosecuzione dell’opera originale, tuttora in corso in Giappone e che, personalmente, non vedo l’ora di leggere.

Un’imperdibile leggenda

Zechs
Trent’anni passati a inseguire il sogno giapponese, fra un episodio di Gundam e un match a Street Fighter II. Adora giocare su console e nelle sale giochi di Ikebukuro che ormai, per quanto lontana, considera una seconda casa.

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