Quando i Pokémon ti fanno sentire vecchio

Pokémon

Sono passati venti anni. Venti anni possono sembrare pochi per chi li porta sulle spalle, ma ricordare una cosa successa da più o meno vent’anni, fa apparire vecchi, terribilmente vecchi. Sono tante le cose che ci hanno accompagnato nella nostra attuale formazione: cartoni animati, musica, eventi (belli o brutti che siano) ma, soprattutto, casualità.

Voglio parlare in particolar modo della mia casualità, quella che nel 1999 mi vide con una banconota da 50.000 ₤ (ricordate le lire?) tra le mani, come avanzo del mio compleanno, la quale mi apprestavo a trasformare in videogame. La città dove frequentavo le scuole superiori era distante quasi trenta chilometri dalla mia abitazione e, ripensandoci ora, a trent’anni, mi fa ridere il fatto che all’epoca la reputassi come la più grande delle metropoli.

L’adolescenza, anni difficili, specialmente per un quattordicenne ingenuo e proveniente da un paesello di duemila abitanti. Ricordo ancora quando varcai la soglia di una cartolibreria, dove, oltre a ordinare i libri e il materiale didattico per la scuola, vendevano pure dei videogames. Proprio così.

Ricordo ancora che ogni volta che entravo in quel negozio, avevo l’impulso di spendere diversamente i soldi necessari per acquistare i libri: ovviamente spenderli in videogiochi, perché in realtà, chi cazzo pensava ad altro oltre che a quelli? A differenza dei quattordicenni attuali, neanche sapevo se fossi maschio o femmina …e da grande avrei voluti fare il cyborg. Poi, però, avrei dovuto affrontare l’ira dei miei una volta tornato a casa e, sinceramente, se siete cresciuti negli anni 80/90 saprete benissimo che i genitori a quell’epoca non erano affatto permissivi. Ma non era ancora quello il giorno.

Non fu quello.

Nel catalogo novità del negozio erano arrivati due nuovi giochi. Pokémon RossoPokémon Blu. Presi subito uno dei due e guardai il retro della confezione, una delle migliori skill dei gamer, per osservare la qualità del prodotto. “Collezionare mostri“.

Dio, sì.

Sono sempre stato ossessionato dalla necessità di avere vasta scelta nei videogiochi, dal poter prendere equipaggiamenti o risorse sempre più rari per poi poterli scambiare, vendere o per pavoneggiarmi: sarà nel mio DNA da commerciante, ma è comunque stato sempre così. Ormai in cuor mio avevo scelto, quello sarebbe stato il mio prossimo gioco per il Game Boy. Ma, purtroppo, non potevo avere tutte e due le versioni. La banconota tra le mie mani raffigurava il Bernini, non Caravaggio. Inoltre alle 8:30 saremmo dovuti essere tra i banchi di scuola, quindi avrei dovuto scegliere in fretta.

Rosso o Blu? Un cazzo di drago rosso o una fottuta tartaruga con i cannoni? A dir la verità avrei voluto scegliere la fottuta tartaruga carro armato, se non fosse che il colore blu mi sta altamente sui coglioni. Uscii dal negozio con il trofeo cremisi in una busta, naturalmente avevo il mio fidato Game Boy nello zaino Invicta (marca d’avanguardia del vecchio millennio). Sapevo infatti di poter giocare solamente durante la ricreazione, in dieci minuti, e che avrei anche mangiato nel frattempo.

Cercavo di leggere il libretto del gioco e di camminare allo stesso tempo, inutile dire che non riuscivo a fare bene nessuna delle due cose. Quella voglia reale di aprire e provare un ignoto nuovo gioco al giorno d’oggi è impossibile da provare, poiché, grazie a internet, sappiamo già tutto. Che ciò sia meglio o peggio rimarrà un discorso eterno nel quale perderemmo ore, giorni e anni a discuterne, quindi tralasciamo.

Una volta a scuola presi la tragica decisione di mangiare nelle prime ore, in modo da giocare almeno i primi dieci minuti senza interruzioni. Ebbi un lampo che mi fece dimenticare della scelta della tartaruga a discapito della lucertola: “ma questi sono gli sticker della Game Boy Camera! Cosa cazzo fanno, combattono!?”

Una volta nel pullman mi dimenticai del mal di testa che mi assaliva durante le sessioni di gioco in viaggio, iniziando così, sul serio, quella fantastica avventura.

Potrei anche raccontarvi altre mille vicende. Potrei raccontarvi che, due giorni dopo che mio cugino vide il gioco tra le mie mani, acquistò la versione Blu. Potrei raccontarvi del perché il mio Pokémon preferito di sempre è Geodude. Potrei raccontarvi il piacere di massacrare il nostro rivale. Perché tutti fin da piccoli abbiamo avuto un amico/vicino/rivale che ci massacrava (o massacra ancora) le palle. Potrei raccontarvi la gioia di quando un ragazzino venuto dalla grande città portò per la prima volta il cavo Link. Potrei raccontarvi le malefatte nel rinominare i miei Pokémon per affrontare le sfide, con piani così subdoli che Wanna Marchi in confronto era una poppante.

Invece mi fermerò qui. Perché voglio sentire anche le vostre storie. Perché voglio condividere il fatto di aver scelto una creatura e di averci lottato affianco e, anche se rimane pur sempre un ammasso di pixel, di aver imparato a volergli bene. Oppure del fatto che, fanculo i libri, fanculo il lavoro, voglio diventare un allenatore di Pokémon. Aspettando i nuovi Pokémon Luna, Pokémon Sole e il nuovo Pokémon GO ci sarà da divertirsi.

Forse saremo vecchi, ma vi ricordo che gli allenatori di Pokémon più abili che abbiamo dovuto affrontare in passato, ormai lo sono anche loro. E noi saremo qui ad aspettarli, noi e i nostri Pokémon. Gotta Catch’em All.

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Riccardo Piras
Ha reagito all'annuncio di Bloodstained: Ritual of the Night come Paolo Brosio con il Papa. Termina Golden Axe almeno una volta al mese. Da dieci anni.
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