Ma quindi, sono meglio gli anime o i manga?

Sapreste rispondere a questa temutissima domanda in grado di scatenare le peggiori guerre tra gli appassionati?

Ma quindi, meglio gli anime o i manga?

Sono meglio gli anime o i manga? Se avete udito o letto questa domanda siete sicuramente rimasti coinvolti in risse di proporzioni epiche. Prima di recuperare l’ultimo coltello (ancora insanguinato) che avete usato per difendere la vostra posizione, sappiate che questo non è il solito articolo confezionato ad hoc per sostenere l’una o l’altra versione dei fatti, né scritto per scatenare una guerra (o magari solo un pochino!). State quindi tranquilli, non ci saranno accorate ovazioni per nessuna delle due facciate di queste “magiche” produzioni del sol levante, ma più che altro una serie di considerazioni, soggettive solo quanto basta: esempi pratici raccolti da vari titoli, con pregi e difetti, usati di volta in volta per stabilire la superiorità dei manga sugli anime o viceversa. Senza altri indugi ecco quindi: Anime vs Manga, lo scontro che avete sempre sognato… e temuto!

Stile grafico ed estetico

Iniziamo da quello che è sicuramente uno dei punti cardine di questa lotta, che comprende le differenze di qualità, di stile e di resa delle storie, ovvero i principali fattori che impattano sulle emozioni generate e sulla piacevolezza dell’opera. Esempi di come un manga migliori a livello di resa visiva con la trasposizione in anime ne abbiamo avuti di eclatanti, soprattutto di recente: l’Attacco dei Giganti, Jujutsu Kaisen, e in particolare Demon Slayer, difficilmente avrebbero avuto tanto successo senza un comparto grafico così spettacolare. C’è però da dire che più numerosi sono probabilmente i casi inversi (in genere dovuti alla mancanza di fondi) che possono sfociare in vere tragicommedie. Le prime parti di Seven Deadly Sins e Dragon Ball Super sono state una fabbrica di meme in tal senso, ma anche blasonati titoli come One Piece, Bleach, e molti degli anime più vecchi hanno subito, a tratti, una simile sorte. Ci sarebbero poi interi saggi da scrivere sui primi Spokon (Capitan Tsubasa o Mila e Shiro) e i classici “cartoni del pomeriggio”, in alcuni casi opere d’arte, e in altri così grezzi e statici che oggi sarebbero fuori da ogni standard… anche se ciascuno di noi da ragazzino se ne è fregato altamente.

Lo scontro riguarda anche la durabilità delle opere: le tecniche cambiano, così come la nostra considerazione del “bello” relativamente ai disegni. Grazie alle nuove produzioni di alcuni titoli storici, che in pochi avevano visto, hanno potuto rivivere alcune favolose saghe, come è accaduto per Dororo, Gatchaman Crowds, Ushio e Tora o, in modo decisamente più drastico, Devilman. Le nuove tecniche e le nuove tecnologie, che facilitano il lavoro ai disegnatori, hanno più volte portato a un miglioramento dello stile di un manga, d’altro canto un abuso può finire per distruggere l’essenza stessa dell’opera: chi ha visto la vecchia e la nuova serie di Berserk sa di che parlo. Si potrebbe infatti discutere anni sull’uso della CGI negli anime, e ciascuno di noi ha sua soglia di tolleranza… a parer mio è una di quelle cose che, se usata poco e bene, ha enormi potenzialità, soprattutto per aumentare la fluidità dei combattimenti.

Una rincorsa alla mobilità apprezzata da molti, me compreso, in particolare nei battle shonen, anche se rimango indubbiamente convinto che sia più significativa una singola vignetta curata come un quadro che una sfilza di frame meno dettagliati: certi manga, come Bleach, Death Note, Berserk, Vagabond, Blue Lock, o Inferno e Paradiso a suo modo, tanto per citarne alcuni, hanno una minuzia e una cura irraggiungibile per un anime, con scene che in un solo momento imprimono sensazioni più forti di una stagione intera.

A tal proposito ci si deve per forza scontrare con la questione dei colori: se i mangaka sono veri maestri nel suscitare emozioni solamente con bianco, nero, e tanta inventiva, aggiungendo spessore e intensità ad ambientazioni e personaggi con il solo uso del pennino, è comunque comprensibile che in molti preferiscano un’opera a colori.

Ci sono anime, tra quelli citati in precedenza e altri come Fire Force, Violet Evergarden, e Ancient Magus Bride, dove il solo uso dei colori vale tutta la visione. Per non parlare di come questi finiscano per facilitare il riconoscimento di ambientazioni e personaggi… magari evitando di immaginarsi un personaggio con dei colori diversi per tutto il manga. Sarà anche per questo che alcune case editrici (J-POP in primis) si sforzano di inserire, oltre alle copertine colorate, alcune pagine con tinte vivaci, più che apprezzabili, all’inizio dell’opera: Radiant, Overlord, Urataro, Ghost Lady per esempio. Certe opere hanno persino ricevuto la loro riedizione a colori, come Naruto.

Resta il fatto che se leggete manga probabilmente vi siete oramai tranquillamente adeguati al bianco e al nero, anche se persino io iniziai a vacillare quando anni fa scoprii il mondo degli Webtoon, con le sue opere a colori divinamente illustrate: se tutti parlano di Solo Leveling, uno dei motivi è anche questo! Insomma, i colori non sono tutto, ma certamente attirano più pubblico.

Le musiche

La carta può trasmettere le note? Si può cantare tra le vignette? Un pianoforte o della musica apocalittica si intravedono al di sotto delle immagini? Normalmente no, e questo rimane forse uno dei pregi maggiori degli anime rispetto ai manga. Il Sake di Binks (One Piece), l’ultima canzone di Lillian (Dr. Stone), per non parlare di tutto il genere musicale, nel quale spiccano Nana, Shigatsu wa Kimi no UsoBeck – Mongolian Chop Squad, o comunque legato al mondo sonoro, Welcome to the Ballroom. Certo, questi manga in molti casi funzionano anche con l’immaginazione (soprattutto se marginale alla trama, come in Conductor), ma allo stesso tempo dubito che Yuri on Ice avrebbe avuto lo stesso successo senza una colonna sonora tanto bella. In generale, si può dire che l’OST è come la ciliegina sulla torta: con la sua capacità di assegnare una certa atmosfera alle varie situazioni è in grado di dirigere, come un sapiente direttore d’orchestra, le emozioni degli spettatori, amplificandole.

Combattimenti, tradimenti, momenti esaltanti, tragici o di frustrazione non sarebbero gli stessi senza! Si può percepire togliendo per un’attimo l’audio dalle scene di Bakemonogatari, A Silent Voice, Akame Ga kill, Kill la Kill, Bleach, A Place Further Than the Universe e molti, moltissimi altri. Una buona colonna sonora si insinua nella mente dello spettatore, cullandolo. E che dire delle inconfondibili colonne sonore che hanno caratterizzato gli anime più famosi della nostra infanzia? Tutti noi abbiamo sviluppato il grande, quanto inutile, talento di riconoscere le note di Lupin III, One Piece, Naruto, Fairy Tail e molti altri, tanto da individuarli dopo un nanosecondo anche dalla stanza affianco. È molto difficile invece, anche se è capitato (come nella prima stagione di MAGI o nell’ultima di Sword Art Online), che l’OST finisca per peggiorare la qualità generale dell’opera, anche perché quando le note al di sotto dei dialoghi sono scadenti si tende presto a dimenticarle.

Ma poi, che mondo sarebbe senza le Opening e le Ending? Cosa canteremmo in auto a squarciagola? Come potremmo espandere i nostri orizzonti musicali? E cosa useremmo per aumentare l’hype prima di ogni nuovo episodio? Certamente se ne sono accorti anche i produttori, che negli ultimi anni hanno posto molta più cura nella scelta delle melodie e delle immagini da associare ai trailer e all’apertura degli episodi: Inferno (Fire Force), Black Catcher (Black Clover), Silhouette (Naruto), Kiri (Ergo Proxy), One Reason (Deadman Wonderland), The Hero (One Punch Man), tutto il ciclo di Haikyu!! (Fly High in primis) e quello dell’Attacco dei Giganti, e potremmo scriverne altre cento solamente per l’ultimo decennio. 

Potrei dire “nulla a che fare con quelle di una volta”, ma poi dovrei correre a chiedere scusa al poster di Cristina D’Avena, che non ci ha fatto rimpiangere le sigle originali, arrivate in Italia solo in parte e generalmente per gli anime che, per i temi trattati o le scene violente, non fu possibile etichettare come cartoni animati. Molte vecchie opening di qualità vi passeranno per la testa in questo momento, come Lilium (Elfen Lied), Cha-la Head-cha-la (Dragon Ball Z) o Tank (Cowboy Bebop), ma è innegabile che siano meno impattanti di quelle degli ultimi anni. Tanto importanti che spesso sono affidate a veri e propri gruppi musicali, e tanto decisive da essere utilizzate, in più casi, per coronare i finali di stagione, in modo da creare una sorta di marchio, o effetto nostalgia, per il titolo. Così sono in grado non solo di chiudere epicamente il ciclo dell’anime (Kill la Kill), ma persino di salvare finali altrimenti quasi disastrosi… Tokyo Ghoul insegna. Tutta un’altra musica, insomma!

Opera originale o derivata?

Tan Tan Taaaan. (immaginatevelo con tamburi e tromboni sullo sfondo). Parlando di “meglio anime o manga”, il campo di battaglia più comune è sicuramente quello della conformità all’opera all’originale, un tema che rimane legato principalmente agli anime, essendo questi nati (nella maggior parte dei casi) ispirandosi a manga già terminati o in prosecuzione, ma già famosi.

Il punto cruciale, che sta a cuore a molti, è sicuramente quello legato alle divergenze di trama, in particolar modo per i finali. Il più eclatante lo conoscete tutti: Fullmetal Alchemist, così tragico da richiedere addirittura una nuova stagione, Brotherhood, nonostante la prima avesse di per sé una buona qualità. Ci sono stati comunque molti altri esempi: Claymore, Akame ga Kill, Yu Yu Hakusho Elfen Lied per citarne alcuni, e non sempre accolti dal pubblico con astio, come nel caso di Shaman King, rispetto alla conclusione originale del manga. In generale però anche piccole correzioni portano a grosse noie e contestazioni da parte dei fan più accaniti, per questo molti anime tratti da ottime storie non si sono visti attribuire il giusto riconoscimento: Toriko e Soul Eater sono due ottimi esempi.

Conclusione a parte, le modifiche alla struttura finiscono normalmente per intaccare l’intera opera: le motivazioni principali sono due, ovvero la mancanza fondi o i tempi da accorciare, due elementi che possono rendere l’animazione meno attraente sia dal punto di vista grafico che da quello legato alla chiarezza e completezza degli argomenti trattati, con dettagli, spiegazioni o sfumature che vengono perse nella trasposizione, e che magari erano ciò che rendeva l’opera originale tanto attraente.
Questo vale per i recenti anime di Crunchyroll Original tratti da famosi manhwa, come per esempio Tower of God, The God of High SchoolNoblesse, e in questi casi nello spettatore c’è sempre un mix di delusione e consapevolezza che diversamente non si poteva fare.

C’è poi tutto il discorso che riguarda il materiale aggiuntivo, come episodi speciali, OVA, ONA e i vari film dedicati a una specifica serie. In alcuni casi queste aggiunte possono risultare quasi ridicole (come avvenuto in molti anime “storici”, quali Naruto, Dragon Ball, One Piece, escludendo i meno recenti), ma perlopiù possono essere un piacevole arricchimento (One Punch Man, Higurashi no Naku Koro Ni) e a volte persino complementari all’opera. I recenti film di Demon Slayer, Violet Evergarden e My Hero Academia sono degli ottimi esempi di quanto detto.

Altre volte però, nel caso di anime che provano a seguire l’opera di pari passo o che cercano più visibilità, si finisce per assistere a scempi aggiunti a casaccio al puro scopo di prolungare la serie, che non solo possono diminuire la qualità generale dell’opera (vedasi Black Clover, Dragon Ball, Detective Conan…), ma anche annoiare i fan. In questi casi solo il regista, magari con una corretta supervisione del mangaka, può stabilire il confine tra spazzatura e qualcosa che deve essere visto.

Considerazioni diverse si possono invece fare per quegli anime tratti da light novel (Overlord, Sword Art Online, A Certain Magical Index, Re:Zero, Katanagari…), da videogiochi (Rage of the Bahamut, Castelvania, Fate Stay Night, Steins;Gate…) o nati dal nulla (Gurren Lagan, Kill la Kill, Brand New Animal, Deca-Dance…), dove la visione è da preferire alla lettura di un eventuale manga, per il semplice fatto che questo sarà in genere tratto dall’anime (anche se finiremo per prenderli comunque per il puro gusto di possederli). Molti piccoli capolavori sono nati in questo filone, probabilmente per il fatto che lascia un margine d’azione maggiore agli animatori. Produzioni che, tra alti e bassi, ci hanno reso possibile la visione di storie che non avremmo potuto apprezzare altrimenti, perché la maggior parte di questi libri o videogiochi fanno ancora fatica a piazzarsi sul mercato italiano.

Traduzioni

Un corretto trasferimento dei contenuti dalla lingua giapponese è sicuramente un aspetto sottovalutato. In tal senso gli anime si trovano in molti casi a non avere traduzioni così precise o fedeli come nei manga, in particolar modo quando questi sono distribuiti amatorialmente, e quindi senza studi loro dedicati.

Nemmeno nei pochi casi dove è presente un doppiaggio in italiano si può tuttavia stare tranquilli. Chi ha provato a guardare un capolavoro come Black Lagoon sa di che parlo, ma anche la maggior parte dei doppiaggi storici, per quanto fusi nella nostra infanzia, presentavano dialoghi forzati e non immediati (I Cavalieri dello Zodiaco, Rayearth Magic Knight, The Slayers, Sailor Moon…), con problematiche legate alla traduzione di particolari tecniche o mosse (Hokuto no Ken e Dragon Ball), e storpiature che hanno fatto la storia… Rubber (One Piece) perdonaci! Bollatemi di eresia, ma non a tutti piace il giapponese, e solo le opere più famose finiscono per essere doppiate. Almeno per queste opere ci si aspetterebbe una cura maggiore, e il trend sembra andare in questa direzione, almeno per le ultime serie (Great Pretender, Attacco dei Giganti, The Promised Neverland, Made in Abyss, Drifters…) e per i film trasmessi ai cinema. Da questo punto di vista i manga sono generalmente spanne sopra, grazie a traduzioni operate da chi dispone anche di una vasta cultura giapponese, che impreziosisce le vignette con riferimenti alle tradizioni e disseminando i volumi di note per spiegare gag, origini, riferimenti all’autore e significati che altrimenti non capiremmo.

E che dire di tutto quel comparto di censure operate nel nostro paese? Tutti noi siamo ormai informati sulle rimozioni o sostituzioni operate negli anime della nostra infanzia, legate in genere ad amori proibiti o scene di violenza o amore troppo esplicite: Lady Oscar, Rossana, Saylor Moon, Card Captor Sakura… anche se poi in Nadia – Il mistero della pietra azzurra si vedevano cadaveri e arti staccati. Se questi accorgimenti da un lato avevano senso, nell’ottica di una distribuzione a un pubblico di bambini (come era quello del pomeriggio Mediaset) dall’altro, ora che siamo adulti, un filino di piombo ci scocciano. C’è però da dire che oggi la censura sugli anime è drasticamente calata, e il merito è forse di tutti questi precedenti che hanno fatto comprendere alle case di produzione che è meglio mantenere l’opera originale e magari indicarne la fascia d’età di riferimento. Chiudendo il discorso, tutto ciò per dire che, nel caso di un manga, non ci troveremo praticamente mai ad avere a che fare con scene ritagliate o censurate, poiché destinati a un pubblico puntuale (se compro un articolo vietato ai minori so a cosa vado incontro).

Diffusione e accessibilità

Concludiamo questa grande disputa trattando due aspetti tanto delicati e complicati quanto poco considerati, riguardanti la fruibilità dell’opera: stiamo parlando della capacità di diffusione/completamento di un titolo, e della componente economica/spaziale di possederlo fisicamente. Diamo spesso per scontato di poter accedere a qualsiasi serie del Sol Levante, ma non tutti hanno la possibilità (soprattutto in questo periodo pieno di restrizioni) di recarsi dal fumettaro di fiducia per l’ultimo numero uscito, né molti hanno a disposizione una linea abbastanza stabile da sostenere la visione in streaming degli anime della stagione corrente, soprattutto quando si abita fuori dal mondo o si dispone di una linea con giga limitati.

In passato, la miglior disponibilità di uno o dell’altro formato può averci imposto, anche inconsciamente, la nostra preferenza sugli anime rispetto ai manga, o viceversa. Vi ricorderete i tempi in cui per vedere un episodio perso di Dragon Ball o Sailor Moon si doveva aspettare (imprecando) sino all’anno successivo… E peggio andava per quelli trasmessi dall’Anime Night di MTV (ho visto il finale di Wolf’s Rain solo quattro anni dopo la prima trasmissione). Meglio non andava per le fumetterie “di paese”, molto limitate nel carnet dei titoli disponibili.

Molti di noi non hanno infatti avuto la possibilità di leggere manga di nicchia (La fenice, Underwater, Ooku le stanze proibite, L’usuraio…), o volumi unici (come Il cane che guarda le stelle, Tomie, Springald, Vitamin…) se non in tempi più recenti, consci del fatto che difficilmente troveranno spazio nell’industria animata, e che quindi il cartaceo rimane l’unico modo per apprezzarli. Per fortuna negli ultimi anni la tecnologia, le fonti d’informazione, la disponibilità nei negozi dedicati e gli acquisti a distanza sono migliorati quasi ovunque, permettendo una reale scelta tra le due categorie.

Oggi i tempi sono cambiati. Un collezionista puro, con tutte le nuove uscite, può trovare davvero ampi spazi per il suo hobby: tra variant, prime edizioni, numeri speciali, omaggi, pezzi in edizione limitata (che rendono attraente anche la peggior atrocità) e tutto il resto, c’è da armeggiare per una vita intera. Certo, i costi lievitano come il pane fatto in quarantena, ma solo così si può avere un quadro completo dell’opera, e non solo della storia principale. I più accorti potrebbero inoltre considerarlo un investimento, rivendendo il tutto dopo averlo letto, dopo qualche anno, a prezzi anche superiori rispetto all’acquisto… anche se, diciamocelo, chi colleziona dice così per giustificare le spese, ma poi venderebbe sua sorella prima di separarsi dalla sua serie completa di Maximum Berserk.

Non dimentichiamo poi il fattore estetico: potremmo vestirci come barboni o camminare scalzi su un pavimento che sembra una discarica, ma i manga negli scaffali devono essere riposti con la cura e il senso estetico di un reale giapponese, in modo tale da farci luccicare gli occhi ogni volta che li guardiamo e fare invidia al miglior designer d’interni. Non a caso le edizioni con le copertine lussuose (Monster, Alita, Lone Wolf & Cub) o i cofanetti da esporre (Le rose di Versailles, Astra Lost in Space, Marry Grave, Pokémon, The Promised Neverland…) sono spesso le più apprezzate. Il nostro spazio di archiviazione non è però illimitato: uno che colleziona One Piece, Le Bizzarre Avventure di JoJo, Dragon Ball, Naruto, Bleach o il Detective Conan probabilmente è già in deroga in qualche altra stanza. Gli anime invece sono comodamente disponibile in streaming, oppure archiviabili in poco spazio, almeno con la tecnologia di oggi: chi raccoglieva le edizioni in videocassetta di Dragon Ball o Hokuto no Ken sa cosa intendo, mentre ora molte serie sono disponibili in un semplice cofanetto Blu-ray che racchiude tutta la stagione.

Varietà

Gli anime, come molti (ma non tutti) sanno, sono prodotti all’80% per puro scopo pubblicitario, ovvero per fare in modo che tutta la filiera legata al titolo venga conosciuta e desiderata: in tal modo il merchandising, come action figure, t-shirt, libri, film, videogiochi, DVD e in particolare manga, diventa la fonte primaria di incassi per gli editori. Questo, con lo spopolare dell’industria animata (soprattutto negli ultimi anni), ha portato a effetti collaterali non di poco conto: se ci troviamo in un particolare anno con un genere che trionfa sugli altri, come per Sword Art Online o Rising of the Shield Hero, negli anni successivi ci dovremo sorbire altre decine di Isekai scopiazzati, ricchi di stereotipi e privi di novità: High School Prodigies, Arifureta e Isekai Cheat Magician, per citare i primi tre che mi balzano alla mente.

Tutto ciò al puro scopo di intercettare la moda, con forti ripercussioni sia sulla qualità generale che sulla possibilità di scelta, con una fanbase che spesso finisce per perdersi in un labirinto di recensioni contrapposte e spesso fuorvianti. In alcuni casi tutto ciò ha limitato la diffusione di nuove serie, e in altri ha oscurato ottime opere che hanno finito per passare in sordina o avere un minor successo di quanto ci si potesse attendere, come per Great Pretender, Soul Eater, Assassination Classroom, Mushishi e molti di quelli indicati tra gli inediti degli ultimi anni.

Sul fronte opposto, un lettore puro può invece contare sul suo istinto, sulle recensioni dei primi volumi o sui consigli di amici fidati per imbroccare il manga giusto, quello che spera si tramuti nel prossimo capolavoro. Scelte sofferte, perché i costi elevati ci costringono in genere a dover scegliere tra (al massimo) una decina di titoli ai quali “abbonarci”, che proseguiremo anche di fronte a qualche ripensamento e all’incertezza di un degno finale… o addirittura della conclusione stessa.

Per concludere, parliamo giustamente della “chiusura” di un opera. Mi immagino chi ha iniziato One Piece, Berserk, Hunter x Hunter, D Gray Man e spera in cuor suo di vederne la fine, oppure chi si è trovato tra le mani una delle tante serie interrotte, come Liselotte e la Foresta delle Streghe, Darren Shan, Highschool of the Dead, Gate, Act Age e così via. Anche gli anime sono soggetti agli stessi problemi, ai quali si aggiungono le interruzioni dovute alla mancanza di fondi, al calo di interesse o per semplice scelta di marketing: Bleach (che forse finirà davvero), Dai – La grande avventura (ricominciato da zero), oppure Le Situazioni di Lui & Lei, Slam Dunk, Gantz, Beet the Vandel Buster per nominarne alcuni, ma se non altro è un fattore più semplice da gestire rispetto ai manga, così come un eventuale calo di qualità. Se la serie non ti piace puoi troncare a metà la stagione senza rimorsi… e senza costi. In caso di ripensamenti in positivo è invece possibile riprendere la serie o recuperare la versione cartacea nella sua interezza, da leggere tutta d’un fiato. C’è però da dire che a quel punto i costi possono essere già proibitivi, soprattutto nel caso di una limitata produzione di volumi per un’anime che invece si dimostra esplosivo. Basti vedere i prezzi raggiunti da Haikyu!! o da Dorohedoro, quasi introvabili dopo i successi animati. È vero che a volte basta solo saper aspettare una ristampa per ottenere prezzi accettabili, ma tutti noi sappiamo che punteremo comunque alla prima edizione… anche a costo di ipotecare la casa.

Il risultato? I manga battono gli anime! Questo è il fatidico verdetto che mi sento di pronunciare, dopo aver valutato punto per punto gli elementi di forza e di debolezza delle opere che vi ho presentato, e più in generale, di un comune anime o manga. Credo che sia un verdetto gusto? Sì. Mi sento di gridarlo ai quattro venti? No… non più di tanto almeno, perché si tratta di una vittoria molto marginale. Con questo lungo articolo, infatti, spero di aver convinto anche i fan più sfegatati (sia che tifiate gli anime oppure i manga), che non esiste una risposta assoluta alla domanda “meglio anime o manga?”, ma che si deve, con obiettività, essere in grado di valutare ogni titolo caso per caso, perché se alcune opere devono essere per forza lette altre devono essere per forza viste.

Continuate quindi a seguire la vostra strada di lettori o spettatori, ma ricordatevi una cosa: il mondo degli anime e quello dei manga non sono altro che lo yin e lo yang del grande mondo illustrato del Sol Levante, due aspetti in molti casi complementari e appartenenti a un vortice artistico in continua evoluzione e trasformazione. Non si può mai sapere quando una delle due squadre prevarrà, portando a segno il prossimo punto, andando a riaprire questa eterna partita tra tifoserie che condividono un’unica e autentica passione. Quella verso la cultura Giapponese.

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Scrittore per passione, famoso per aver scoperto la pozione che preserva i capelli e l’anima, la usa su di sé per terminare il dottorato in ingegneria ambientale. Utilizzando la magia infusa nelle parole tenta da anni di convertire gli eretici alla cultura giapponese. Adora il metal, i videogiochi, i fumetti e tutto ciò che si può fare mangiando cioccolata all’ombra di una montagna.

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