Tekkonkinkreet: l’animazione ibrida nel cinema giapponese

Un’analisi del cinema giapponese ibrido rappresentato perfettamente da Tekkonkinkreet, lungometraggio del 2006 diretto da Michael Arias

Tekkonkinkreet: l’animazione ibrida nel cinema giapponese

Un mondo dilatato e liquido, caratterizzato da un’espansione progressiva della concezione del reale e delle forme predefinite: Tekkonkinkreet, il film del 2006 diretto da Michael Arias e tratto dal manga di Taiyo Matsumoto si presenta come un singolare esempio di animazione ibrida per una speculazione estetica di notevole interesse. In un’immaginaria città nipponica, Takarachō (la Città Tesoro), due giovanissimi fratelli, Kuro (Nero) e Shiro (Bianco), lottano per la loro sopravvivenza, fronteggiando la minaccia rappresentata dal Serpente, uomo senza scrupoli che vuole fare della Città Tesoro un business commerciale. Tra sicari sanguinari e una vita fatta di stenti, i due fratelli dovranno fare affidamento solo sull’amore e sulla loro forza di volontà per sopravvivere ad un destino avverso.

Caratterizzato da una tecnica ibrida che mescola l’utilizzo dell’animazione tradizionale e quella digitale per creare uno stile unico ed esasperato, Tekkonkinkreet si presenta come un prodotto filmico nato con il preciso intento da parte del regista di suscitare un’emozione particolare nello spettatore. Il film nasce e si evolve nel corso dei dieci anni di gestazione proprio con lo scopo di destabilizzare il guardante attraverso pindarici voli di macchina, rocambolesche fughe tra le vie di un’immaginaria città alla deriva e i turbamenti degli animi dei giovanissimi protagonisti. Tekkonkinkreet è un film anime che nasce da un piccolo studio di animazione, il 4° C Studio: a seguito del successo ottenuto da questa pellicola, lo studio d’animazione acquisirà sempre più credito e fama. Ma la peculiarità principale che ha questo studio, e che gli consentirà nei 10 anni di realizzazione del film di distinguersi rispetto agli altri, è quello di possedere due comparti distinti di animazione che lavorano a stretto contatto tra loro: uno di animazione tradizionale e uno specializzato in cgi. Il continuo scambio tra questi due settori e il dialettico lavoro ha permesso di portare alla luce un film potenziato, dilatato, caratterizzato da quegli elementi stilistici e tecnici che il regista Michael Arias intendeva donare a Tekkonkinkreet.

Tekkonkinkreet

L’intento era quello di ricreare uno spazio più realistico possibile, che permettesse ai protagonisti di muoversi come figure dialetticamente in simbiosi con gli sfondi. Secondo i concept artist, senza realtà non si veicola il messaggio che questo film intende trasmettere, dunque gli sfondi e i movimenti devono configurarsi come estremamente omogenei e fluidi, in modo da creare estasi nello spettatore, che si trova di fronte a immagini talmente vicine da andare a ridurre il divario rappresentato dalla quarta parete.

Gli sfondi sono stati realizzati attraverso la CGI, in modo da riuscire a supportare i movimenti di macchina, caratterizzati da una potenza cinetica inimmaginabile senza l’ausilio del digitale. Basi realizzate mediante software 3D vengono compensate graficamente dal disegno a mano, che viene letteralmente sovrapposto al layer digitale, presentando una forma ibrida e potenzialmente dilatabile grazie all’ausilio di ulteriori software di movimento delle inquadrature. In questo modo è possibile ovviare alla problematica rappresentata dalla stranezza che si viene a creare di fronte allo stacco tra animazione tradizionale e animazione in cgi, unendo elementi differenti in modo più uniforme. Tale possibilità ha uno scopo ben preciso: si ricollega come sempre al mantra imposto dal regista, il quale intende trasmettere un impatto maggiore sullo spettatore proprio esasperando gli improvvisi movimenti di macchina, che si avvicinano molto a quelli dei film d’azione.

Il lavoro più consistente è rappresentato dall’integrazione dell’animazione in CGI con le illustrazioni disegnate a mano: questa ibridazioni si configura come un limite da superare per uno studio d’animazione molto piccolo, che al contempo intende proporre un’estetica basata sull’esagerazione delle forme tale da stupire lo spettatore attraverso vertiginosi movimenti e rappresentazioni grafiche stimolanti. Per costruire la scena iniziale del volo pindarico dell’uccello verso la Città Tesoro è stato necessario realizzare cinquecento illustrazioni disegnate a mano, costringendo il team a lavorare su una singola scena per due mesi, sperimentando diverse opzioni che potessero rendere al meglio l’impatto visivo del movimento di macchina spettacolare. La carica emotiva che deve scuotere la percezione dello spettatore è rappresentata da una completa ibridazione tra i due linguaggi animati: l’integrazione tra animazione 2D disegnata a mano e quella 3D animata al computer devono coesistere in un’armonia quasi perfetta, lo stacco percepito dallo spettatore non deve essere marcato e netto. Ciò perché, secondo il regista Mike Arias, il guardante deve riuscire ad immergersi quasi completamente all’interno della narrazione finzionale: la fase di integrazione, dunque, è fondamentale e delicata, proprio perché l’intento di Tekkonkinkreet è quello di coinvolgere talmente tanto chi si trova di fronte lo schermo cinematografico da intendere come vocazione principale quello di rendere in termini spettacolari gli elementi diegetici.

Tekkonkinkreet

Tutta la narrazione sembra essere funzionale alla rappresentazione in codice grafico: la storia viene trasportata dai riferimenti metacinematografici, dalle continue allusioni pittoriche e contenutistiche rappresentate dalla potenza delle immagini. La componente grafica deve letteralmente sovrastare la storia, che però non viene annullata del tutto, bensì potenziata nella sua funzionalità alla sequenzialità delle immagini. L’impianto diegetico si configura così come la poetica sequenzialità delle parole che conducono le immagini verso l’epilogo finale, un epilogo che si ricollega al punto di partenza attraverso un’allusione circolare che potenzia ed esplica il messaggio che il regista voleva imporre con le premesse iniziali. Il mosaico di conchiglie che si vede nell’ultima scena è, non a caso, di forma circolare, a rappresentare un vortice continuo di rimandi e sensazioni che si ricongiungono a formare un unico grande continuum diegetico e metaforico. La filosofia che avvolge tutta la storia è proprio la circolarità della narrazione, che racchiude l’integrazione tra il vecchio e il nuovo, il passato e il presente, una dicotomia che viene rappresentata a tutti gli effetti dall’ibridazione tra due tecniche stilistiche agli antipodi.

Lo stile di Tekkonkinkreet gioca moltissimo sulla stilizzazione delle forme e sulla fluidità delle immagini e dei movimenti. La CGI, in questo caso, supporta l’animazione tradizionale per ricreare un immaginario distorto ed estremamente malleabile, capace di dilatare le forme in modo da potenziare la carica spettacolare del film. Lo spazio è funzionale al racconto, interagisce con i personaggi, li aiuta a fuggire nel dedalo di strade della Città Tesoro, funge da appiglio per i loro voli pindarici, offre nascondigli segreti per permettergli di fuggire dalle autorità. Lo sfondo, dunque, è vivo, interattivo, con il quale non solo i personaggi interagiscono e reagiscono: anche lo spettatore percepisce il movimento intrinseco dello spazio diegetico, consapevole che esso rappresenti uno dei protagonisti di Tekkonkinkreet. Come hanno affermato il regista e il capo animatore del film, la città è stata costruita minuziosamente per rappresentare un essere vivente, capace di muoversi insieme ai protagonisti, aiutandoli nella loro fuga e supportando lo svolgimento della vicenda.

Tekkonkinkreet

Tekkonkinkreet si dimostra essere un esempio palese di funzionalità scenica dell’ibridazione animata, permettendo l’esaltazione percettiva spettatoriale grazie alla scelta stilistica del regista. Lo spettatore è coinvolto nella narrazione del film, partecipando attivamente alla ricezione delle immagini, ma soprattutto immergendosi pienamente nella narrazione grazie a espedienti grafici voluti e ben studiati. Ci troviamo di fronte così a un prodotto che molto ha in comune con il videogioco, presentando un coinvolgimento emotivo tale da coinvolgere i sensi del guardante, rendendolo partecipe del continuum narrativo. Un espediente che permette una massiccia potenza grafica in grado di conferire un’immagine esaltata della composizione filmica. Tekkonkinkreet è un esempio magnifico di animazione ibrida orientale: se solitamente assistiamo a risultati non proprio soddisfacenti, il film di Mike Arias, seppur non recentissimo, si impone non solo come esempio di forza infantile e amore fraterno, come metafora di speranza giovanile, ma anche e soprattutto per la tecnica utilizzata, che lo rende a distanza di quattordici anni un godibilissimo film anime che non solo appagherà il cuore, ma anche lo sguardo.

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Martina Vita
Una mahō shōjo che vive sommersa tra libri e fumetti, Pokémon e dadi di D&D. Divoratrice compulsiva di film e serie TV, nel tempo libero complotta con il suo gatto per conquistare il mondo. Sogna un giorno remoto di disegnare una storia a fumetti incentrata su una campagna di Dungeons & Dragons.

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