L’alba dei traumi viventi

L’alba dei traumi viventi

Ogni qual volta sentiamo parlare del rapporto tra videogame e ragazzini, puntualmente, si finisce a parlare di quanto alcuni titoli siano diseducativi per l’eccessiva violenza verbale o visiva, ma questo non è propriamente il caso in esame. Vi parlerò di come un videogioco mi abbia, certamente, potuto traumatizzare, ma anche di come sia riuscito a superare, sempre grazie a un videogioco, il trauma stesso.

Sin da piccolo sono sempre stato affascinato dai videogiochi, usando Dhalsim e Ken in sala giochi (e perdendo puntualmente al primo incontro) o spaccandomi di Super Mario Land per Game Boy (che tutt’ora chiamo IL CASCETTONE), quindi poter toccare con mano per la prima volta una console casalinga era un’occasione d’oro. Nell’estate del 1997, andai con i miei genitori a trovare alcuni cugini paterni nella loro villa in campagna, ed essendo un bambino di sei anni mi annoiavo abbastanza facilmente in quel tipo di situazioni; fortunatamente un mio cugino di secondo grado (credo, cioè, nemmeno ora so bene quale sia il nostro grado di parentela) aveva una PlayStation e la sua copia nuova di zecca di Resident Evil, il quale non ha bisogno di presentazioni. Ovviamente chiesi di provare a giocare con la prima console casalinga della Sony e, tuttora a distanza di anni, uno dei capolavori indiscussi del mondo videoludico, inconsapevole di quello a cui andavo incontro. Dopo aver guardato il simpatico filmato live action, decidere quale personaggio utilizzare non fu molto difficile, ovviamente preferii Jill Valentine, che aveva in dotazione pistola e munizioni (Chris Redfield invece era uno sfigato del cazzo dotato solo un coltello buono manco per spalmare la marmellata… pensavate dicessi Nutella, invece no, mi fa vomitare la Nutella) tanto per facilitarmi le cose. Dopo un girogirotondo intorno alla villa, incontrai lui, e il mio maledetto trauma infantile iniziò a prendere forma: nessuno avrebbe mai potuto immaginare che me lo sarei portato avanti per diversi anni.

Come fate a dire che non dovrebbe traumatizzare un bimbo di sei anni?

Come fate a dire che non dovrebbe traumatizzare un bimbo di sei anni?

Sto gradissimo figlio di buona mamma (Salve Signora, so che segue il nostro sito, ho trovato suo figlio in ottima forma!) si volta mentre mangiucchia quello che rimane di un poveruomo, che magari non arrivava nemmeno a fine mese con lo stipendio, ci fissa con quella pelle biancastra e l’occhietto a palla e, una volta terminato il filmato, si alza e ci viene incontro a braccia aperte. Non ho dimenticato quella scena per anni, purtroppo. Rimasi leggermente sconvolto da quell’incontro un po’ troppo violento per la mia età, qualcosa che non era la normalità si scontrava con la bellezza e la serenità tipiche dei bambini (sto generalizzando? Sì). Per lo spavento e per l’atmosfera creatasi, decisi di non continuare a giocare e, al massimo, guardar giocare qualcun altro, considerandolo il mio eroe accorso per salvarmi. Perciò mio cugi oh va beh quello che era, chiuse la mia partita, caricò il suo salvataggio e andò avanti con la sua esplorazione nella villa. Tuttavia, mentre si trovava alla ricerca di oggetti utili o indizi per proseguire, uno zombie uscì improvvisamente da un armadio. In quel dannato momento della mia infanzia subii quello che tutti definirebbero uno shock. Avevo terrore degli zombie, soprattutto di quelli che uscivano dagli armadi. Cioè, ora, a distanza di anni dovrei dirmi “Eh, ma sei un deficiente a pensare innanzitutto che gli zombie esistano, e secondo…. come riescono a entrare in un armadio?“, ma poi penserei “Avevo sei anni, cosa diamine posso pretendere?“.

Il trauma è rimasto lì per anni, a volte non dormivo di notte, chiamavo i miei piangendo perché avevo paura che qualcosa uscisse dal mio armadio, ma evitavo il contatto, anche solo quello visivo, con la copertina del gioco; poi arrivò l’era del Nintendo 64, che “sfortunatamente” (se non lo avete avuto non potete capire cosa vi siete persi) mi fu regalato al posto della scontatissima richiesta a Babbo Natale, la prima PlayStation. Sull’ammiraglia Nintendo di ultima generazione, nel 1999, debuttò Resident Evil 2, un anno in ritardo rispetto alla console Sony. Chi si doveva beccare il numero della rivista dove lo avrebbero recensito? Il solito stronzo di turno, ovviamente.

La copertina non mi spaventò eccessivamente, l’artwork mostrava solo Leon e Claire e sullo sfondo e Birkin già trasformato (eppure nessuno gridò allo spoiler, che belli gli anni 90); furono le immagini utilizzate all’interno della recensione a farmi di nuovo tremendamente paura, tanto da evitare di leggerla. Purtroppo, essendo l’articolo a cui erano state dedicate più pagine, finivo sempre lì a vedere quel maledettissimo poliziotto zombie. Fui costretto a incollare le pagine per non scorgerlo più; guardando il lato positivo scoprì che esisteva il gioco di Xena: The Warrior Princess, lo chiesi per il mio compleanno, e lo ebbi, ovviamente (un altro trauma di cui vi parlerò in separata sede).

Questa mia paura per gli zombie non accennava minimamente a placarsi ma, come tutto era iniziato, cioè tramite i videogiochi, decisi di farlo finire.

Torniamo nuovamente al periodo estivo, però qualche anno dopo, ai bei tempi quando nelle spiagge c’erano i cabinati di Street Fighter II e King of Fighter ’94. In quel di Lido Bizzarro a Torre Canne (una località balneare del brindisino) scorsi un cabinato decisamente più grande, con due pistole, che recava la scritta The House of The Dead 2. Effettivamente al primo impatto le immagini serigrafate sui lati erano inquietanti, come impronte di mani insanguinate e non-morti vari. Andai a prendere qualche gettone con scritto in fronte “Tanto che male può farmi stavolta? Sono un bimbo grande“. Li inserii e impugnai la pistola.

Ogni colpo sparato, ogni zombie caduto era un piccolo passo verso una dovuta e necessaria guarigione; dovevo andare oltre, dovevo sconfiggere ogni singolo nemico per uscirne e, complici l’utilizzo di una pistola e la visuale in prima persona, mi sentivo molto più forte. Pensai di essere io, stavolta, l’eroe accorso in mio aiuto, ero effettivamente io il protagonista di tutto ciò. Io stavo affrontando da solo la mia paura creata dagli stessi videogame.

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Ma quindi dove vuoi arrivare? Stai dando la conferma che i videogiochi sono violenti e possono far male ai bambini, specialmente i più piccoli!“. I videogiochi erano violenti, dico bene, erano. Erano violenti per il periodo che abbiamo vissuto, c’erano lo stesso le guerre, le morti, la violenza per le strade, ma i mass media non passavano tutto, ormai nessuno, prima di un servizio, annuncia: “Non possiamo mostrarvi le immagini in quanto crude e poco adatte alla fascia oraria“. Si mostrano tranquillamente immagini di attentati, di morti, si parla di decapitazioni e di esecuzioni in piena regola. La verità è che sono i bambini stessi ad essere diventati violenti, è stata la società ad abituarli a tutto quello che succede, perciò non scandalizziamoci se li sentiamo chiedere Grand Theft Auto V: la realtà che stiamo vivendo è divenuta violenta. Lo stesso gioco che mi ha fatto del male, Resident Evil, avvisava il giocatore delle scene violente e la presenza di sangue, il colore del sangue stesso poteva essere cambiato in verde, per allontanare in qualche modo il gioco dalla realtà. Per farvi un altro esempio, nel primo Serious Sam era possibile sostituire le texture del sangue con bouquet di fiori. I bambini, conoscendo ormai la violenza nella vita quotidiana (e ribadisco che non si parla solo di quella fisica) hanno perso la facoltà e la capacità di immaginare, di andare oltre la normalità, proprio per questo preferiscono un gioco che rappresenti, purtroppo, la realtà. Perciò, davvero, mi sento come in dovere di usare una citazione dei Simpson che tutti quanti, irrimediabilmente, conosciamo…

Perché nessuno pensa ai bambini?!

Perché nessuno pensa ai bambini?!

Come giunge al termine la mia storia? Ho dovuto sconfiggere l’ultimo boss, il gioco da cui tutto era partito, Resident Evil. Purtroppo ebbi la PlayStation One solo qualche anno dopo, ma un altro cugino (quello che una volta, da bambino, è morto) mi regalò un due o tre di quei cari e nostalgici promo disc con le demo. Caso volle che era presente la versione dimostrativa di Resident Evil 2 e, strano a dirsi, non ebbi alcuna paura di provarla. Ricordo distintamente di averla rigiocata diverse volte di fila perché era a tempo… maledetti Mikami e Kamiya, ho dovuto fare tutto di fretta.

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Francesco Bellomo
Autore dei meme più memorabili, responsabile di pubbliche relazioni e marketing, è noto per il suo irraggiungibile odio verso FINAL FANTASY XV e per la trademark phrase che accompagna ogni suo video sul nostro canale: “Ma non indugiamo oltre.”
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