Tre anni fa Godzilla Minus One ha fatto qualcosa che sembrava impossibile: riportare il kaiju più famoso del mondo alle sue radici, con un budget da produzione indipendente, e portarsi a casa un Oscar. Rifare il colpo era la sfida più difficile per Takashi Yamazaki, tornato ancora una volta alla regia, alla sceneggiatura e agli effetti visivi. Godzilla Minus Zero raccoglie quella sfida con più mezzi, più mostri e più ambizione, restando però un film profondamente giapponese.
Abbiamo avuto modo di assistere all’anteprima stampa italiana del film grazie a PLAION PICTURES. Ecco la nostra recensione!
- Titolo originale: ゴジラ-0.0 (Gojira Mainasu Zero)
- Titolo italiano: Godzilla Minus Zero
- Uscita giapponese: 3 novembre 2026
- Uscita italiana: 12 novembre 2026
- Piattaforma: Cinema e IMAX
- Genere: Kaiju, azione, drammatico
- Durata: 135 minuti
- Produzione: TOHO Studios, ROBOT Communications (VFX: Shirogumi)
- Distribuzione italiana: PLAION PICTURES
- Regia, sceneggiatura e VFX: Takashi Yamazaki
- Musiche: Naoki Satō
- Cast principale: Ryunosuke Kamiki, Minami Hamabe, Hidetaka Yoshioka, Yuki Yamada, Kuranosuke Sasaki, Sakura Ando, Miou Tanaka, Min Tanaka, Masami Nagasawa, Jun Kunimura
- Lingua: Italiano (doppiaggio) nelle sale; anteprima stampa vista in giapponese con sottotitoli in italiano
Abbiamo recensito Godzilla Minus Zero in seguito alla visione del film in occasione di un’anteprima per la stampa.
Da Minus One a Minus Zero: come Yamazaki ha riscritto Godzilla
Per capire Minus Zero bisogna tornare al 2023. Dopo lo Shin Godzilla di Hideaki Anno (2016), che raccontava il mostro attraverso riunioni di governo e burocrazia, e dopo anni di MonsterVerse americano, dove Godzilla è ormai un titano quasi supereroico, Toho ha scelto di ripartire da zero. Anzi, da meno uno.
Yamazaki ha riportato Godzilla dove tutto era cominciato: il Giappone del dopoguerra, lo stesso orizzonte del capostipite del 1954. Il titolo era già una dichiarazione d’intenti: la guerra aveva lasciato il Paese a zero, Godzilla lo spingeva sotto zero. Al centro non c’erano generali o ministri, ma gente comune: un ex pilota kamikaze schiacciato dal senso di colpa, una giovane donna sopravvissuta ai bombardamenti, una bambina orfana. Il mostro tornava a essere ciò che era nel 1954 (data di uscita del primo film Godzilla, Minus One è ambientato nel 1947 e Minus Zero nel 1949) : una metafora del trauma atomico, una forza cieca e terrificante, non un eroe da tifare.
Il risultato è storia. Realizzato con meno di 15 milioni di dollari e una squadra di effetti visivi di appena 35 persone, Minus One ha superato i 116 milioni di dollari di incasso nel mondo ed è diventato il primo film del franchise a vincere un Oscar, quello per i migliori effetti visivi, battendo produzioni hollywoodiane con budget molte volte superiori. In Italia, ricordiamolo, arrivò quasi in sordina, come evento di pochi giorni e solo sottotitolato. Oggi Minus Zero esce in tutte le sale e in IMAX: già questo racconta quanto sia cambiato il peso di questa nuova era di Godzilla.
Stessa anima, ritmo più serrato
Diciamolo subito: Godzilla Minus Zero ricalca lo stile, l’atmosfera e la qualità di Minus One. Siamo nel 1949, due anni dopo gli eventi del primo film, e il Giappone sta ancora cercando di rialzarsi quando una nuova minaccia si affaccia all’orizzonte. Questa volta i kaiju sono più di uno, gli scontri sono decisamente più spettacolari e si vede a ogni inquadratura che il budget a disposizione è cresciuto.
La differenza più evidente rispetto al predecessore è il passo. Minus Zero è più rapido nella narrazione e ha un ritmo più sostenuto, e in questo senso è senz’altro più, tra virgolette, hollywoodiano. Minus One aveva un respiro quasi teatrale, con lunghe pause e silenzi molto giapponesi; qui la storia corre di più e lascia più spazio ai mostri.
Eppure il film non perde la sua natura. I personaggi restano fedeli a se stessi e il cuore del racconto continua a battere tra la gente comune: persone che affrontano i kaiju, certo, ma anche i drammi piccoli e grandi della vita di tutti i giorni. Le parti epiche sono davvero epiche, e i deus ex machina narrativi sono ben inseriti nell’atmosfera del film: non risultano artefatti né appesantiscono il racconto. Il risultato è un film che scorre benissimo e che può piacere un po’ a tutti.
Un film profondamente giapponese
Quello che rende speciale Minus Zero, così come il suo predecessore, è il punto di vista. Dopo anni di blockbuster in cui Godzilla era soprattutto uno spettacolo di distruzione, qui torniamo a guardare il mondo con gli occhi di un Giappone uscito a pezzi dalla Seconda guerra mondiale: un Paese che deve fare i conti con le cicatrici del bombardamento atomico, con accordi spesso duri e umilianti imposti dai vincitori e con un’economia spezzata.
Yamazaki racconta tutto questo attraverso due tipi di disastro: quelli enormi, portati dai kaiju, e quelli piccoli e quotidiani che segnano la vita delle persone. È proprio questo intreccio a dare al film il suo fascino, e a renderlo diverso da qualunque altro monster movie visto negli ultimi anni.
Una nota a parte meritano le figure femminili. Le donne di Minus Zero hanno un ruolo importantissimo nella trama e sono dipinte in modo splendido: non semplici comprimarie in attesa del ritorno degli uomini, ma personaggi con un peso reale nelle sorti della storia.
Su tutte spicca la meteorologa Makoto Aoyama, interpretata da Masami Nagasawa. È un personaggio che racchiude fermezza, competenza e genialità, senza mai scadere nella solita retorica della figura femminile costruita a tavolino. Aoyama è credibile e realistica, scritta con grande cura, con tutta le sua umanità e tutta la sua luce razionale: una delle aggiunte più riuscite del nuovo capitolo.
Kaiju, costumi e mezzi militari: una gioia per gli occhi
Sul piano visivo Minus Zero è semplicemente bellissimo. La distruzione non manca, e gli scontri tra kaiju hanno una forza che il primo film poteva solo suggerire. Ma la cura di Yamazaki si vede soprattutto nei dettagli.
I costumi sono stupendi: un mix riuscitissimo tra abiti tradizionali giapponesi e le prime contaminazioni occidentali nella moda di tutti i giorni, specchio perfetto di un Paese sospeso tra passato e futuro.
C’è poi un aspetto che farà la felicità di una nicchia ben precisa di appassionati: i mezzi militari. Aerei, artiglieria e veicoli sono ripresi con inquadrature pulite e meravigliose, sia dall’esterno sia negli interni, curatissimi. Per tutti i modellisti militari è una vera festa: dettagli che di solito restano in secondo piano qui si possono ammirare con calma, valorizzati da una fotografia splendida. Un film che strizza l’occhio anche a chi passa le serate al banco di lavoro tra colla e aerografo.
E poi ci sono loro, i kaiju. Senza rovinarvi la sorpresa, possiamo dirvi che Godzilla non sarà l’unico mostro in scena: un secondo kaiju entrerà nella storia e il Re dei Mostri dovrà affrontarlo. L’esito di questo scontro ha sorpreso molti spettatori, perché potrebbe cambiare il modo in cui guardiamo a Godzilla in questo nuovo corso. Il film però non cade nella trappola della lettura facile: il confronto tra i due non è un semplice “buono contro cattivo” e nessuno dei due viene ridotto a strumento della trama. Preferiamo fermarci qui e lasciare che lo scopriate in sala.
Naoki Satō e il ruggito di Akira Ifukube
Se c’è un elemento che lega Minus Zero alle origini più profonde della saga, è la musica. Torna alla colonna sonora Naoki Satō, classe 1970, collaboratore storico di Yamazaki fin dalla serie ALWAYS – Sunset on Third Street, che gli valse il premio per la miglior musica ai Japan Academy Film Prize. E Satō sceglie, ancora una volta, la strada più coraggiosa: riportare Godzilla alla sua voce originale, quella orchestrale, strumentale e classica.
Per capire il peso di questa scelta bisogna tornare al 1954. La musica del primo Godzilla fu composta da Akira Ifukube, e la sua marcia è diventata uno dei brani più iconici dell’intera storia del cinema giapponese: ottoni gravi, archi martellanti, un ritmo ostinato che sembra il passo stesso del mostro. Già in Minus One Satō aveva inserito il tema originale, reinterpretandolo e costruendogli attorno un paesaggio sonoro cupo e quasi funebre, ispirato per i momenti più emotivi anche al cinema dello Studio Ghibli.
In Minus Zero quel lavoro fa un passo avanti. Il nuovo tema principale è eseguito da un’orchestra gigantesca, costruita apposta per spingere tutto verso il registro grave: 24 tromboni, 6 tube, 32 violoncelli e 6 contrabbassi. Il risultato è un suono pesante, profondo, che fa vibrare la sala e restituisce la stazza del Re dei Mostri prima ancora di vederlo. Accanto ai temi nuovi riaffiorano i leitmotiv di Ifukube, intrecciati con la scrittura di Satō: quando Godzilla entra in scena sulle note del tema classico, l’effetto è da pelle d’oca.
Non meno interessante è il modo in cui la musica viene usata. Nelle scene di dialogo Yamazaki la tiene spesso al minimo, lasciando respirare gli attori senza spingere lo spettatore verso l’emozione a colpi di violini. Nelle sequenze d’azione, invece, la partitura stringe la tensione fino al punto di rottura, preparando climax davvero travolgenti.
Per quanto ci riguarda, abbiamo apprezzato con tutto il cuore questo ritorno alle origini. Il ritorno all’orchestra è una citazione aperta e sincera dei primi film di Godzilla, e va di pari passo con la narrazione e con l’ambientazione storica scelte da Yamazaki. Musica, racconto ed epoca lavorano insieme e ci riportano esattamente a ciò che Godzilla doveva essere per i giapponesi di allora: l’archetipo del kaiju, la paura del dopoguerra fatta carne. È forse il complimento più grande che si possa fare a questo film.
Per chi vorrà riascoltarla, la colonna sonora ufficiale esce in Giappone il 4 novembre 2026 in CD e digitale per Rambling Records: 16 tracce per circa 77 minuti di musica. L’11 dicembre arriverà anche un’edizione in vinile limitata.
Un film da vedere in IMAX
Se possibile, Godzilla Minus Zero va visto in una sala che renda giustizia al girato. È il primo film giapponese della storia girato per IMAX (programma Filmed For IMAX): è stato realizzato interamente in Giappone con cineprese digitali certificate IMAX, e Yamazaki ha lavorato a stretto contatto con IMAX per tutta la produzione.
In concreto, su 135 minuti di durata ben 75 minuti sono presentati nel formato espanso IMAX: in 1.90:1 nelle sale IMAX e addirittura in 1.43:1, l’immagine quasi quadrata che si estende dal pavimento al soffitto, nelle sale IMAX con proiezione laser che lo supportano. Sono proporzioni mai viste prima nel cinema giapponese, e un film che vive di scale, di mostri alti decine di metri e di battaglie tra cielo e mare non poteva chiedere di meglio.
A questo si aggiungono un sound design potentissimo e quella colonna sonora costruita sui registri bassi, che in una sala attrezzata si sentono letteralmente nel petto. In Italia il film arriva dal 12 novembre al cinema e in IMAX: il nostro consiglio è di cercare la sala più grande e più rumorosa che avete a portata di mano.
Nessuna falsa storiografia
C’è un dettaglio che, alla prima visione, potrebbe far storcere il naso a una parte del pubblico, ma che secondo noi è uno dei meriti del film: la fedeltà all’epoca. Nel Giappone del 1949 il fumo non era ancora percepito come qualcosa di dannoso, e Yamazaki non lo nasconde: vediamo adulti fumare letteralmente in faccia ai bambini. Allo stesso modo compaiono esperimenti sugli animali, mostrati senza nulla di cruento ma come la normale pratica scientifica che erano allora.
Sono scelte coerenti con la narrazione, il periodo e il Paese in cui la storia è ambientata. Invece di ripulire il passato con gli occhi di oggi, il film lo mostra per quello che era, senza falsa storiografia. Ed è proprio questa onestà a rendere credibile il mondo in cui si muovono i personaggi.
La stessa onestà si ritrova nel modo in cui il film racconta il rapporto tra i giapponesi e l’America, vincitrice e, tra virgolette, occupante. I soldati statunitensi sono mostrati attraverso gli occhi dei giapponesi: non diventano mai macchiette, ma portano addosso proprio quei tratti che colpivano chi li osservava allora. La gomma da masticare, enfatizzata come un’abitudine quasi identitaria. Un modo di parlare sfacciato e poco cerimonioso, che stride con il riserbo e la compostezza della controparte nipponica. Piccoli dettagli che dicono molto più di un lungo dialogo sul clima del Giappone occupato. Queste scene ripagano con la stessa moneta le tante immagini che il cinema occidentale ci ha consegnato dei kamikaze e di altri elementi tipici del Giappone in guerra, quasi sempre visti attraverso i nostri occhi. È bello poter osservare entrambi i punti di vista, soprattutto quando sono privi di pregiudizi esagerati.
C’è poi un aspetto narrativo tanto discreto quanto importante: il film mostra come il trauma di chi ha subito il bombardamento atomico non si manifesti subito, ma emerga nel tempo. Le ferite, fisiche e psicologiche, riaffiorano a distanza di anni, ed è una scelta di scrittura che cambia profondamente anche il modo in cui percepiamo Godzilla.
Un dettaglio, in particolare, ci ha colpito per il suo peso storico. Il celebre soffio atomico del Re dei Mostri, che in giapponese si chiama hōsha nessen (letteralmente “raggio di calore radioattivo”), nel film viene chiamato “Pika”. Non è una scelta casuale: pika è l’onomatopea giapponese del lampo di luce improvviso, e i sopravvissuti di Hiroshima chiamarono la bomba pikadon, unendo pika, il lampo accecante, a don, il boato dell’esplosione. Dare lo stesso nome all’arma di Godzilla significa dire, senza bisogno di spiegarlo, che quel raggio e la bomba sono la stessa cosa. È il ritorno più esplicito alla metafora atomica che il mostro incarna dal 1954.
A chi consigliamo Godzilla Minus Zero?
Godzilla Minus Zero è un film che consigliamo praticamente a tutti. Chi ha amato Minus One ritroverà la stessa atmosfera, gli stessi personaggi e la stessa attenzione per le persone comuni, con in più scontri tra kaiju che fanno tremare la sala. Chi cerca lo spettacolo puro troverà un ritmo più serrato e battaglie davvero epiche. E chi ama il Giappone, la sua storia o il modellismo militare avrà parecchi motivi in più per comprare il biglietto, possibilmente per una sala IMAX.
Un consiglio in più: nelle sale italiane il film arriverà doppiato, ma noi lo abbiamo visto in giapponese con i sottotitoli e, se riuscite a trovare una proiezione in lingua originale, non lasciatevela scappare. Le voci originali completano l’atmosfera in un modo che nessun doppiaggio può restituire fino in fondo, e con i sottotitoli il film si segue perfettamente.
- Stile, atmosfera e qualità all’altezza di Minus One
- Kaiju più presenti e combattimenti molto più spettacolari
- Il racconto del Giappone del dopoguerra e dei suoi drammi quotidiani
- Figure femminili centrali e scritte benissimo
- Costumi, fotografia e mezzi militari curati in ogni dettaglio
- La colonna sonora di Naoki Satō, tra un nuovo tema orchestrale imponente e l’eredità di Akira Ifukube
- Il primo film giapponese girato per IMAX, con 75 minuti in formato espanso
- Fedeltà storica senza filtri moderni
- Il ritmo più hollywoodiano sacrifica un po’ del respiro teatrale del primo film
- Alcune scelte d’epoca, come il fumo davanti ai bambini, possono spiazzare chi non se le aspetta
- Lo scontro finale si chiude all’improvviso, come un temporale che passa: una scelta coerente con lo spirito giapponese del film, ma che può spiazzare chi si aspetta un epilogo epico e straziante o un lieto fine pieno
Godzilla Minus Zero
Il Re dei Mostri cresce, senza dimenticare da dove viene
Godzilla Minus Zero riesce nell’impresa più difficile: alzare la posta rispetto a un film premio Oscar senza tradirne lo spirito. Yamazaki porta più kaiju, più battaglie e un ritmo più sostenuto, ma continua a raccontare un Giappone ferito attraverso gli occhi della gente comune, tra grandi catastrofi e piccoli drammi quotidiani. Costumi, fotografia e mezzi militari sono una gioia per gli occhi, le figure femminili lasciano il segno e la ricostruzione storica non scende a compromessi. Chi rimpiange il passo più lento e teatrale di Minus One potrebbe trovarlo un filo più hollywoodiano, ma l’anima è la stessa. La nuova era di Godzilla è in ottime mani.
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