Sogno a Spicchi: i believe i can fly

Sogno a Spicchi: i believe i can fly

“Il basket è l’unico sport che tende al cielo. Per questo è una rivoluzione per chi è abituato a guardare sempre a terra.”

Bill Russell, gigante senza età del basket, aveva un rapporto molto particolare coi suoi tifosi. Il numero 6 di quei meravigliosi Boston Celtics, guidati da Red Auerbach, ha dato il volto a quella che, a conti fatti, è stata la prima grande dinastia della NBA, ma non solo. Bill Russell era una presenza carismatica e dallo spessore socioculturale impressionante anche fuori dal campo. La frase che troneggia in cima, ovviamente, è sua, ed è un monito perfetto, una descrizione certosina del basket e del suo valore all’interno della cultura dello sport e dell’impatto che può avere sui giovani, in generale. 

Il Basket, del resto, ha salvato anche la mia infanzia/adolescenza e, per certi versi, un po’ tutta la mia vita. Sin da giovanissimo, infatti, ho sempre avuto un amore viscerale, potremmo dire anacronistico e inspiegabile, nei confronti della “palla a spicchi”. Dico così perché, soprattutto da piccolo, ho passato dei periodi molto difficili sul piano della salute. Ero un bambino cagionevole, con tanti problemi di salute (alcuni anche seri) e una conformazione fisica tutt’altro che collegabile al classico futuro sportivo. 

Ciononostante, la mia passione per il basket è esplosa senza limiti, tra lo stupore generale. Essendo cresciuto a Napoli, in un quartiere anche abbastanza problematico e tutt’altro che ricco, lo sport, a quei tempi (ma anche ora) significava quasi esclusivamente una cosa: il calcio. Lo amo alla follia, anche oggi ma, forse perché ero veramente una frana, non ho mai avuto veramente voglia di giocarci. Da piccolo, del resto, avevo solo una cosa in testa: la passione per il disegno e il sogno di emulare il lavoro di mio fratello (oggi insegnante di arte). Poi, è arrivato il basket. Tutto è cambiato.

Immaginate, quindi, per uno che ha scisso la sua vita a metà tra il basket e la passione per i manga, e per il disegno in generale, cosa possa voler dire trovarsi tra le mani, per puro caso, un’idea che fonde alla perfezione entrambe le cose. Mi è capitato al Napoli COMICON 2026, manifestazione a cui ogni anno partecipo da addetto stampa, qualcosa che, quest’anno, ha saputo riaccendere in me una scintilla particolarmente calda. Questa scintilla si chiama “Sogno a Spicchi”.

Un sogno a occhi aperti

“Sogno a Spicchi” è un progetto ambizioso, intimo e profondo. È un manga one shot, realizzato da due artisti in rampa di lancio del panorama campano: Giovanni Autiero e Gianmarco Gualzetti, in collaborazione con Napoli Basket e l’associazione no-profit Amici di Peter Pan. Il messaggio dell’opera è molto chiaro: unire due mondi apparentemente, e forse erroneamente, considerati così lontani, per renderli sempre più attuali nella quotidianità dei giovani, e non solo.

Il fumetto, del resto, è diventato un veicolo di comunicazione sempre più diffuso, dal potenziale illimitato (o quasi) e con un bacino mediatico sempre più massiccio. Artisti come Zerocalcare hanno dimostrato, una volta per tutte, quanto e cosa si può fare “matita alla mano” e, soprattutto, che esistono tantissimi modi diversi per veicolare un messaggio, un’idea, una convinzione. “Sogno a Spicchi” parte proprio dall’amore e dalla condivisione.

Il manga in questione, disegnato da Giovanni Autiero e scritto dallo sceneggiatore Gianmarco Gualzetti, è una vera e propria dichiarazione d’amore verso il basket e, in generale, verso la cultura e il valore dello sport, inteso anche e soprattutto a livello sociale ed etico. Il progetto nasce per sensibilizzare la società, soprattutto quella più giovane, nei confronti di valori importanti, ma spesso facilmente dimenticati e ignorati, come l’inclusione, il razzismo e, soprattutto, il bullismo, una vera e propria piega che, negli ultimi anni, ha subito una crescita mediatica e sociale importante. 

Due mondi che si uniscono

Sono proprio queste le fondamenta su cui viene costruito il progetto, voluto fortemente e attivamente anche proprio dall’associazione Amici di PeterPan, da sempre attivissima nell’ambito sociale e, in generale, con un’idea molto chiara sul valore del fumetto e della comunicazione artistica come simbolo della crescita culturale e umana della società.

Amore per lo sport e per il disegno, passione per il basket e per i manga, il tutto con una fortissima carica autoriale, che ha radici profonde e “scomoda” mostri sacri del settore, diventati, per forza di cose, un modello di ispirazione importante per i due autori. A fare da ciliegina su una torta già di per sé bella e buona, fa capolino la collaborazione attiva del Napoli Basket che, chiaramente, ha dimostrato sin da subito grandissima vicinanza al progetto.

Nell’opera, infatti, recitano il ruolo da protagonisti personaggi di spicco del basket campano e, nello specifico, della squadra militante nel massimo campionato italiano, tra cui la funambolica guardia con tantissimi punti nelle mani Nazareth Mitrou-Long e il capitano, nonché idolo di “casa”,Guglielmo “Willy” Caruso. I due atleti hanno anche partecipato attivamente alla presentazione del progetto promosso dall’Associazione presieduta da Antonio del Prete, avvenuta proprio sul palco del Napoli Comicon 2026. 

Da Slam Dunk a Real: l’influenza del maestro Inoue si respira a pieni polmoni

Al di là del valore etico, sociale e culturale, l’opera possiede una precisa identità anche tecnica e artistica. I due autori mi hanno detto personalmente di essersi ispirati parecchio al lavoro di Takehiko Inoue, l’autore di due pilastri del settore come “Slam Dunk” e “Real”, entrambi, manco a dirlo, con a tema il mondo della pallacanestro, seppur con due trame profondamente diverse. Il tratto autoriale del maestro Inoue ha da sempre fatto la storia. “Slam Dunk”, opera che venero e che ho sempre cercato di far arrivare al prossimo, e di veicolarne, in qualche modo, il suo messaggio di fondo. 

Slam Dunk non è stato il “solito” manga spokon. Ha una storia complessa, non parla di eroi sportivi e, soprattutto, non possiede quel lieto fine che, per forza di cose, ci si aspetta sempre, ogni qualvolta ci si approccia a una qualsiasi opera. “Sogno a Spicchi” parte, così, da questo fondamento. Una promessa di rivalsa, la voglia di uscire dagli schemi, il desiderio di raggiungere un sogno, apparentemente impossibile, lontano. Effimero. Irraggiungibile. Una manciata di giovani, alle prese con difficoltà sociali tipiche di un quartiere difficile, in cui bullismo, violenza e paura, brulicano e si moltiplicano a vista d’occhio, come un parassita, trovando proprio nel basket uno spiraglio. 

I sogni, però, non sono fatti per essere un vincolo o una mossa automatizzata. “Sogno a Spicchi” si concentra proprio su questo aspetto, sul bisogno e sulla necessità di lottare per raggiungere i propri obiettivi e sul valore della costanza, dell’allenamento. Sbagliare e imparare, fallire e ricominciare. Cadere e rialzarsi. Lo fa con uno stile unico, a volta quasi ironico, con una marea di citazioni ai luoghi comuni della cultura partenopea, ma sempre squisitamente attuale e, soprattutto, perfettamente in linea con i personaggi, il target e l’ideologia di riferimento. 

Spicchi d’autore

Sul piano squisitamente tecnico, il lavoro di Autiero è di primissimo livello. Le tavole sono veramente ben disegnate, sia per proporzione sia sotto il profilo geometrico, e palesano un’armonia di fondo intelligente, ricercata e mai banale. “Sogno a Spicchi” è un prodotto dallo stile forte, deciso, in cui i personaggi, le loro silhouette e i loro tratti più caratteristici, sono creati con uno stile preciso e dallo spigliato senso creativo. I disegni sono realizzati sfruttando parecchio l’armonia dei bianchi.

Alcune scene hanno poco di riempitivo e appaiono, così, molto spaziose e armoniose, facendo in tal modo risaltare tutta la scena ed evitando così di rubare spazio alla cosa più importante: l’azione. Ho apprezzato tantissimo questo aspetto, perché, dal mio punto di vista, rappresenta un tratto particolare, una scelta stilistica poco diffusa e decisamente audace, ma anche vincente. Ciononostante, il chiaroscuro e, in generale, la qualità nel “colorare” la scena, è comunque presente e ottimamente realizzato.

L’autore ha saputo portare su tela degli ottimi scontri cromatici, che rendono il colpo d’occhio, specialmente in alcune sezioni specifiche, decisamente più accattivante. Anche le animazioni mi sono sembrate di ottimo livello. Avendo giocato a basket per oltre vent’anni, ho avvertito sulla pelle quei movimenti, quei gesti, quelle sensazioni, che si respirano soltanto scendendo in campo, che sia su un vigoroso parquet o, più semplicemente, sul cemento del pacchetto dietro casa.

Mi è piaciuto molto anche il design degli “attori” reali coinvolti. Willy Caruso e Naz Mitrou-Long, in particolar modo, prendono vita in maniera deliziosa, anche perché, avendoli potuti incontrare e salutare di persona, ho potuto cogliere al meglio anche la loro gestualità e alcuni dei loro modi di fare che, soprattutto nel caso del “lungo” campano, si avvertono con forza nelle pagine di un manga apparentemente semplice ma che, in realtà, nasconde una natura complessa e ricercata, anche proprio sul fronte artistico e realizzativo. 

Una speranza per il futuro

Il Sogno (a spicchi) è uno solo: veicolare il messaggio dello sport e dell’arte come percorso culturale, formativo e sociale. In un’epoca difficile, in cui lo sport, l’infanzia e l’innocenza sono sempre più oscurate da guerra, paura, morte e distruzione, riuscire a trasmettere certi valori può risultare un punto di snodo di capitale importanza nella vita di molti giovani e giovanissimi. 

Vivere di sport è meraviglioso, respirare arte e cultura è un valore unico, e le due cose possono assolutamente coesistere, così proprio come ci hanno insegnato i due autori con questa piccola perla. Il basket e i fumetti, in generale, sono due mondi tanto diversi ma così simili e, soprattutto, hanno raggiunto un livello di diffusione sempre più imponente, anche nel nostro Paese e, in particolar modo, nel Sud Italia. 

E questa, onestamente, può essere la vittoria più grande, il canestro più bello, la schiacciata più violenta della storia: crescere, vivere e fare dei propri sogni e delle proprie passioni un mezzo per realizzare i propri sogni e far crescere le proprie passioni. 3, 2, 1: suona la sirena. La partita è finita. Il sogno, invece, è appena iniziato. 

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